la meditazione come via
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da Meriggio (Gabriele D'Annunzio)

 


da Meriggio (Gabriele D'Annunzio)


...

Bonaccia, calura,
per ovunque silenzio.
L'Estate si matura
sul mio capo come un pomo
che promesso mi sia,
che cogliere io debba
con la mia mano,
che suggere io debba
con le mie labbra solo.
Perduta ogni traccia
dell'uomo. Voce non suona,
se ascolto. Ogni duolo
umano m'abbandona.
Non ho pi nome.
E sento che il mio vlto
s'indora dell'oro
meridiano,
e che la mia bionda
barba riluce
come la paglia marina;
sento che il lido rigato
con s delicato
lavoro dell'onda
e dal vento come
il mio palato, come
il cavo della mia mano
ove il tatto s'affina.

E la mia forza supina
si stampa nell'arena,
diffondesi nel mare;
e il fiume la mia vena,
il monte la mia fronte,
la selva la mia pube,
la nube il mio sudore.
E io sono nel fiore
della stiancia, nella scaglia
della pina, nella bacca,
del ginepro: io son nel fuco,
nella paglia marina,
in ogni cosa esigua,
in ogni cosa immane,
nella sabbia contigua,
nelle vette lontane.
Ardo, riluco.
E non ho pi nome.
E l'alpi e l'isole e i golfi
e i capi e i fari e i boschi
e le foci ch'io nomai
non han pi l'usato nome
che suona in labbra umane.
Non ho pi nome n sorte
tra gli uomini; ma il mio nome
Meriggio. In tutto io vivo
tacito come la Morte.

E la mia vita divina.