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"I rapporti servono per aprirci a noi stessi" (Barry Magid)

 


"I rapporti servono per aprirci a noi stessi" (Barry Magid)


Continuiamo a leggere alcuni brani dal testo di Barry Magid, Guida zen per non cercare la felicità:

"Ci scontriamo con la realtà del cambiamento e dell'impermanenza non appena riconosciamo i nostri sentimenti o il nostro bisogno degli altri. In sostanza, come strategia per affrontare questa vulnerabilità, tendiamo tutti ad andare in una delle due direzioni. O andiamo nella direzione del controllo o in quella dell'autonomia. Se tendiamo al controllo, potremmo dire: «Se solo potessi far sì che l'altra persona, o gli amici, o la famiglia, mi trattino nel modo che voglio io, allora potrei sentirmi tranquillo e al sicuro. [...]». Con questa strategia ci impegniamo nel processo del controllo e della manipolazione degli altri, e nel tentativo di usare le persone come antidoto alla nostra angoscia.
Con la strategia (o la fantasia di guarigione) dell'autonomia, andiamo nella direzione opposta e cerchiamo di immaginare di non aver bisogno di nessuno. Ma una tale strategia comporta inevitabilmente [...] una negazione del sentimento.
[...] Dobbiamo arrivare a riconoscere con onestà le particolari strategie di cui ci serviamo per affrontare la nostra vulnerabilità, e imparare a usare la pratica per permetterci di sperimentare di più quella vulnerabilità, piuttosto che meno. [...]
Finché penseremo di non dover provare un certo sentimento, finché avremo paura di sentirci vulnerabili, le nostre difese premeranno per tenere la vita sotto controllo, per manipolare noi o gli altri. Ma invece di controllare o sequestrare i nostri sentimenti, possiamo imparare a contenerli e a sentirli pienamente. Contenerli ci permette di sentirci vulnerabili o feriti senza esplodere immediatamente nella collera; ci permette di sentire il bisogno senza afferrarci o aggrapparci e cercare di tenerci stretti all'altra persona. Significa riconoscere veramente la realtà della nostra dipendenza.
Impariamo a tenere in buone condizioni i nostri rapporti e i sistemi di sostegno perché ammettiamo a noi stessi quanto ne abbiamo bisogno. Ci prendiamo cura degli altri non solo per loro, ma anche per il nostro bene. [...]
I rapporti servono per aprirci a noi stessi. Ma prima dobbiamo ammettere fino a che punto non vogliamo che ciò accada, perché significa aprirci alla vulnerabilità e al caso. Solo allora potremo cominciare la vera pratica: accettare di sperimentare tutti quei sentimenti di vulnerabilità ai quali speravamo di sfuggire proprio con la pratica.
[...]
Ci domandiamo tutti: «Perché soffriamo? Perché invecchiamo? Perché devo morire?». Che tipo di risposta stiamo cercando a domande come queste? Quando Giobbe domandò a Dio il perché della sua sofferenza, Dio rispose: «Dov'eri quando io mettevo le basi alla terra? Dimmelo, se hai tanta scienza».
Il 'perché' di Giobbe cerca di porsi al di fuori della sua vita e di giudicarla, per suggerire che può e deve essere diversa da quello che è. Ma [...] i mortali non possono porsi al di fuori della vita. Perciò, nella nostra pratica, noi convertiamo queste lamentevoli domande in semplici enunciati di fatto: invecchiamo. Soffriamo. Moriamo. La vita assume questa forma e nessun'altra. [...]
Wittgenstein ci ammonisce che in filosofia a un certo punto le spiegazioni devono aver fine [...]: "Quando ho esaurito le giustificazioni, arrivo allo strato di roccia, e la mia vanga si piega. Allora sono disposto a dire: 'Ecco, agisco proprio così'". [...] E in un altro passo: "La filosofia si limita, appunto, a metterci tutto davanti, e non spiega e non deduce nulla. Poiché tutto è lì in mostra, non c'è nulla da spiegare".
Allo stesso modo lo zen ci mette davanti la nostra vita così com'è. Questa vita include sofferenza, vecchiaia e morte. Il Sutra del cuore ci dice che non c'è vecchiaia né morte né fine della vecchiaia e della morte. Dire che non esiste né vecchiaia né morte significa precisamente dire che esse non hanno significato né esistenza separati al di fuori della vita. Scompaiono nella sconfinata estensione della vita stessa. [...]
Il loto dell'illuminazione sboccia solo nel fango nutriente dell'illusione. Eppure, nella nostra pratica è così facile perdere l'equilibrio, concentrare prevalentemente l'attenzione o sullo sbocciare del loto o sul caos del fango. O ci siamo invaghiti del fiore dell'illuminazione, dimenticando la sua relazione con il fango della nostra vita quotidiana, o restiamo fissati sui nostri problemi, sulle nostre inadeguatezze [...]. O diventiamo grandi intenditori del fiore o ci lanciamo in un progetto di purificazione dell'acqua!
[...] Se non cerchiamo di eliminare l'illusione o non vogliamo trovare una qualche verità liberatoria trascendente, ritorniamo alla nostra vita così com'è. Forse solo quando dimenticheremo la nostra aspirazione di diventare buddha potremo goderci davvero la nostra vita di normali esseri umani" (102-103, 114-117).