la meditazione come via
vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

gli esercizi

testi

bibliografia

insegnante

dizionario zen

links

stampa

cerca nel sito

email

newsletter


 

"Ciò che siamo venuti per evitare" (Barry Magid)

 


"Ciò che siamo venuti per evitare" (Barry Magid)


Continuiamo a leggere alcuni brani dal testo di Barry Magid, Guida zen per non cercare la felicità:

"Immaginiamo che veniate [...] a lamentarvi che la vostra mente divaga, e io dice: «Perfetto! È proprio quello che fa la mente!». Oppure che diciate che non vi riesce di impedire alla mente di divagare e io dica: «E allora? Lascia che divaghi!». In altre parole, e se smettessimo di pensare la pratica in termini di qualsivoglia obiettivo o di qualche sorta di autocontrollo?
[...] Non esiste nessuna natura interiore essenzialmente vera. Cosa c'è? Be', c'è tutto! Oppure si potrebbe dire: «Questo momento». E quando diciamo: «Questo momento» intendiamo tutto ciò che sta accadendo, sia ciò che normalmente consideriamo 'interno', sia ciò che sta accadendo 'all'esterno'. Vedete, la grande illusione è che ciò che siamo sia qualcosa che avviene privatamente nella nostra testa mente siamo qui seduti - che quell'esperienza interiore, soggettiva, sia il vero me.
[...] Quando smettiamo davvero di identificarci con l'esperienza interiore come il me reale, il fatto che i pensieri vadano e vengano mentre pratichiamo è sempre meno importante, sempre meno un 'problema'. Lasciamoli arrivare, lasciamoli andare. Lasciamo che i rumori della strada ci arrivino all'orecchio; lasciamo che i pensieri ci arrivino nella mente. Stiamo soltanto seduti con tutto. Siamo soltanto tutto.
[...] Quando meditiamo vogliamo lasciare che tutti gli aspetti del corpo semplicemente si manifestino e si rendano disponibili al nostro spirito, il che significa inspirarli ed espirarli e sperimentarli pienamente. Pensiero, respiro ed emozioni sono tutto ciò che il nostro corpo sta facendo, momento per momento. La mia insegnante [(Charlotte Joko Beck)] riteneva che la sua formazione zen tradizionale le avesse insegnato a trattare le emozioni come un ostacolo alla pratica; pertanto nella sua lunga carriera aveva cercato di controbilanciare questa tendenza facendo invece dell'emozione il centro della pratica. L'emozione, o i suoi correlati nella tensione del corpo, non sono ciò che vogliamo provare mentre meditiamo. Vogliamo tutti inevitabilmente che la meditazione crei un'oasi di concentrazione o di calma. Possiamo davvero riuscire a ottenerla - naturalmente in modo passeggero - ma possiamo non renderci conto che raggiungendola abbiamo reso unidimensionale la nostra pratica.
Joko diceva sempre che lo zazen era come costruire un contenitore più grande, e ciò che era contenuto era principalmente l'emozione. Voleva che il contenitore dello zazen accogliesse tutte le cose dolorose, incasinate, inopportune, per sfuggire alle quali generalmente veniamo a fare la pratica. Sediamo immobili con ciò che siamo venuti per evitare.
[...] Quando siamo seduti immobili facciamo due cose. Primo, stare seduti diventa un contenitore; qualunque cosa sia accaduta, stiamo seduti immobili e la sentiamo. L'altra faccia della pratica è la quiete della non reattività. [...]
In un modo o nell'altro torniamo alla fisicità dell'esperienza. Non stiamo cercando, in pratica, un modo per trascenderla, o sfuggirla, o creare una piccola oasi separata. È compito dell'insegnante non colludere con il profondo odio che le persone nutrono nei confronti del proprio corpo o della propria vita, soltanto perché chiamano questo odio spiritualità" (pp. 73-78).