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"Non sapere, profondità, mistero" (Barry Magid)

 


"Non sapere, profondità, mistero" (Barry Magid)


Oggi, per l'ultima volta, leggiamo alcuni brani dal testo di Barry Magid, Guida zen per non cercare la felicità:

"Norman Fisher, già abate del San Francisco Zen Center, ha così denunciato la nostra tendenza a lasciar stare tutto com'è e la tentazione di trasformare lo zazen in una tecnica: «Il problema è che in realtà non siamo capaci di riconoscere che lo zazen non serve a niente, perché la nostra mente non sa accettare la fondamentale autenticità, la giustezza della nostra vita. Le opponiamo davvero molta resistenza, la odiamo... pensiamo persistentemente di aver bisogno di più».
[...]
Tutti ci accostiamo alla pratica cercando tecniche che daranno sollievo alla nostra sofferenza. Tutti cerchiamo risposte alle nostre domande. Ma se la pratica ci può trasformare la vita, certo non lo fa con quelle tecniche o risposte di cui pensiamo di aver bisogno. [...]
Non sapere, profondità, mistero: sono tutte parole che comunicano un semplice ma intenso senso di apertura al momento, senza nessun tentativo di padroneggiarlo, controllarlo o comprenderlo. [...]
La conoscenza frappone tra noi e il mondo un duro guscio di spiegazione e giudizio. [...] Le risposte pongono fine alla possibilità.
[...] Tutti ci accostiamo alla pratica portandoci dietro delle domande, la più cruciale delle quali è forse: «Perché soffro?». Ci portiamo dietro anche le nostre risposte private a quella domanda, risposte in cui entra il dar la colpa a noi o agli altri, o che ci sospingono in un girotondo interminabile di speranza e delusione. Queste risposte stanno sepolte nella nostra mente come cupe credenze inconsce, e nel corpo come duri nodi di tensione fisica. [...]
Dobbiamo incentrare la pratica non sull'escogitare nuove risposte alle nostre domande, ma sul far uscire alla luce le vecchie risposte che portiamo in noi e che formano il duro guscio del Sé che si frappone tra noi e la Vita. [...] Paradossalmente, più pratichiamo, meno siamo capaci di rispondere alle domande cruciali che ci hanno portato alla pratica. Ma siamo più capaci di sopportarne il mistero.
[...] Kenneth Rexroth, un poeta americano [...] e uno dei primissimi traduttori di poesia cinese e giapponese, guardava con sospetto lo zelo della prima generazione di studenti zen americani. Se ne stanno lì seduti a meditare sforzandosi di ottenere l'illuminazione, protestava, come un mucchio di vecchi stitici al cesso, che si spremono per defecare. Oppure, se preferiamo un altro esempio, come un bambino che, seduto sul sedile posteriore di un'automobile, continua a chiedere per tutto il viaggio: «Siamo arrivati?». Verrebbe da rispondere: «Eccoci arrivati! Siamo in viaggio da ore solo per vedere questo tratto di autostrada vuota! Ti piace?». «Che palleee!», sarebbe senza dubbio la risposta di mio figlio - e forse anche la risposta di tanti studenti zen, se sono onesti. Ma davvero ho fatto tutta questa strada per questo?
Si. [...] Quando veramente vediamo che è vero, non possiamo fare a meno di ridere delle nostre vecchie pretese, del nostro vecchio senso di essere speciali, della nostra vecchia certezza sulle meraviglie che avremmo scoperto alla fine dell'arcobaleno. Abbiamo passato anni a guardare un muro in modo, be', in modo da poter passare anni a guardare un muro. Non abbiamo ottenuto proprio niente, tranne che abbiamo perso qualcuna delle nostre illusioni. Forse lasciar perdere tutto quel bagaglio di aspettativa ci ha illuminato un po' su noi stessi e sulla nostra pratica. Se riusciamo a buttare giù un po' della zavorra dei 'miei problemi' e del 'mio successo', e specialmente quel sacco pesante e bitorzoluto dell''illuminazione', forse alla fine, lentamente, il pallone comincerà a sollevarsi, e potremo goderci l'ascensione e la brezza e la vista [...]
La saggezza della pratica è che non c'è saggezza - se per saggezza intendiamo qualcosa che possiamo padroneggiare o qualcosa che ora sappiamo come fare mentre prima lo ignoravamo" (pp. 131-143).