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"Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere" (Pierre Lévy)

 


"Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere" (Pierre Lévy)


Continuiamo a leggere da Il fuoco liberatore di Pierre Levy:

"L'infelicità consiste nel giudicarsi felice o infelice, nel domandarsi se si è felici o infelici. Si è felici se si vive nell'istante, in piena coscienza, fuori da ogni giudizio.
[...] Immaginando un dolore che presumi falsamente provenire dagli altri, paragonando ciò che è a ciò che dovrebbe essere, ti stai torturando. Non smettiamo mai di produrre immagini, pensieri, emozioni fanno soffrire. Siamo il nostro carnefice, il nostro carceriere, per di più illusionisti e bugiardi. I muri e gli strumenti di questa stanza di tortura personale che a volte è la nostra mente non sono che pensieri, ricordi, timori, immagini che non corrispondono a niente di attuale, niente di veramente presente qui e ora.
[...] L'«io» è proprio ciò che non smette di dire a mezza voce «non dovresti... fai male... dovresti invece... ecc.». Questa voce maledetta che si è stabilita al centro del nostro essere usurpa il posto dell'anima, si fa passare per lei. Ma invece di una natura di scintilla ha il carattere di una doccia fredda che ci sfinisce. Siamo diventati questa doccia fredda. Ci stupiamo di non incontrare più il calore e la luce del fuoco quando l'ego che abbiamo alle spalle, quando il parassita che ci abita nel petto fa professione di spegnerlo. Tutti coloro che ci criticano, ci colpevolizzano, ci demoralizzano si appoggiano su questa voce che tradisce la nostra vita dall'interno. Peggio: le circostanze e le persone che ci opprimono traducono questa voce nel mondo «esterno»: la materializzano. Inutile farla tacere. Accontentiamoci di sentirla in maniera distinta e di riconoscerla per ciò che è: il nostro incubo nemico. Perde il suo potere dal momento in cui viene riconosciuta.
[...] Il problema non sta nel raggiungere il risveglio. Questo comporterebbe immediatamente la speranza di arrivarci, la frustrazione di non esserci ancora, la paura di esserne separati per sempre. Il problema sta nello smettere di soffrire ora e, dunque, per esempio, di smettere di nutrire questo pensiero che non siamo risvegliati. Non appena lasciamo cadere un pensiero, un problema, un dubbio, una paura, per tornare al presente, siamo risvegliati. Il risveglio consiste nel mollare la presa anche sul risveglio.
[...] Invece di reagire immediatamente all'aggressione dell'altro con altra aggressività, la persona pienamente presente sente la propria aggressività reattiva. Può allora sentire l'altro dall'interno, sentire la sofferenza, la sensazione dell'altro di essere aggredito. È esattamente ciò che sente anche lui.
[...] La virtù che permette di controllare la propria irritazione si chiama pazienza.
L'irritazione è inevitabile. Ma ci sono due modi di sentirla. La prima consiste nell'accusare l'altro della propria sofferenza e nell'aggredirlo. La seconda equivale a far nascere una reazione all'irritazione, la doppia benedizione dello spazio e della compassione:
- uno spazio tra sé e i propri pensieri; uno spazio di respiro tra sé e l'altro, lo spazio aperto dall'assenza di reazione;
- compassione per se stessi, poiché l'irritazione è una sofferenza; compassione per l'altro perché la sua collera è un dolore.
[...] L'ignorante che non ha messo spazio tra sé e i suoi pensieri non può aprire uno spazio di pace tra sé e gli altri. Lo spazio interiore e lo spazio esterno hanno esattamente la stessa natura pacifica" (pp. 129-143).

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