Un sassolino contro una canna di bambù
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Un sassolino contro una canna di bambù


Kyogen si era impegnato per anni nella ricerca dell'illuminazione. Aveva studiato a fondo i sutra buddhisti, aveva meditato per giorni interi, aveva analizzato vari koan, aveva ridotto il sonno e il cibo, aveva fatto i lavori più umili. Ma tutto era stato inutile.
Così si presentò al maestro e gli disse: "Non ce l'ho fatta. Me ne vado via".
Si recò sui monti e si mise a vivere come un eremita. Non possedeva niente e non si poneva più nessuna meta.
A poco a poco si dimenticò che voleva diventare un illuminato. Dei sutra non ricordava quasi più niente e dei koan non gli rimaneva che una domanda muta. La sua mente si svuotò di tante idee, di tante aspettative, e si fece sempre più limpida.
Un giorno, mentre camminava, fece saltare un sassolino che colpì una canna di bambù. L'urto produsse un suono inaspettato.
Fu come una scossa. E il monaco raggiunse la vera entrata.

Anche qui c'è il lavoro a vuoto. Lo sforzarsi, il ricercare, il voler arrivare da qualche parte, l'ascetismo estremo. Il lavoro è a vuoto perché è stato inutile rispetto al suo presunto fine, ma funzionale.
Funzionale nel momento nel quale si realizza che esso non porta da nessuna parte: "non ce l'ho fatta". Funzionale perché conduce a un lasciare la presa: "me ne vado via". Ecco allora aprirsi la via dell'eremita: colui che non possiede niente e che - conseguentemente - non ha nessuna meta da perseguire. Eremitismo mentale è pulizia dei pensieri, delle intenzioni, dei fini, delle domande, delle ricerche. Se non possiedi nulla, fruisci di tutto; se non hai nessuna meta, puoi andare ovunque. Non si tratta più di intraprendere una strada piuttosto che un'altra, ma è il camminare stesso. Dire invece: "Questo va bene, perché mi condurrà alla meta; questo non va bene, perché me ne allontanerà", significa essere ancora in prigione, scegliere una via da contabili, da ragionieri dello spirito, da commercianti. Troppo costretta, oppressiva, regimentata. Finché valutiamo con la nostra tabellina dei valori, dei buoni e dei cattivi, delle priorità, la realtà ci rimane ignota, il flusso della vita estraneo; rimaniamo imprigionati nelle nostre valutazioni, dietro le nostre griglie interpretative, valutative, moralistiche.
La meta serve per venire dimenticata. Dimenticare di voler diventare qualcosa d'altro; dimenticare anzi lo stesso concetto di "diventare". Cosa è che diventa? Fare piazza pulita, liberarsi di tutto, uccidere il buddha per la strada, uscire dalla rete delle risposte possibili, facendo persistere una domanda silenziosa. Una domanda di cui non conosciamo né la provenienza, né la natura, né lo scopo. Ma che c'è e che è fruttuosa fino a che non venga tradotta (ridotta) in un senso definito. Deve essere una domanda "muta": un punto interrogativo a sinistra del quale non c'è alcuna parola. Tutto si svuota, si pulisce; tutto torna al momento presente. La cosa più importante: si lascia essere l'essere. Si riconosce che ciò che è, è: e allora che sia! Abbandono alle cose, alla realtà, a ciò che mi si presentifica nel momento nel quale mi si presentifica.
Tutto diventa attesa senza aspettativa, attenzione senza contrazione, vuoto senza angoscia, presenza senza oppressione. Svuotamento. Eppure le cose sono: che incredibile situazione! Che mistero insondabile! La gratuità di ciò che è, eppure la sua mancanza di fondamento. Ciò che c'è, si presenta a noi nel suo statuto di dono, nella sua assoluta mancanza di fini e di cause. Tutto diventa presente e insieme inaspettato, senza la più assoluta giustificazione. Quando presenza e mancanza di aspettative si unificano in piena intensità, ecco il nirvana.