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"Non c'è sforzo di volontà che vi ci possa condurre" (Jean Klein)

 


"Non c'è sforzo di volontà che vi ci possa condurre" (Jean Klein)


Iniziamo a leggere oggi alcuni brani tratti da La naturalezza dell'essere di Jean Klein, maestro spirituale francese nella tradizione advaita vedanta, morto nel 1998:

"Un'esperienza appartiene a qualcuno, ad un «io». Viene compresa in relazione al passato, alla memoria, a ciò che conosciamo bene. Essa ha ancora un soggetto, uno sperimentatore, e un oggetto, qualcosa che viene sperimentato. Ma ciò che noi siamo fondamentalmente non può mai essere sperimentato, diviso in una relazione soggetto-oggetto, e perciò dobbiamo liberarci da ogni desiderio di esperienza.
Allora che cosa significa conoscere meglio se stessi, familiarizzarsi con se stessi? Significa conoscere meglio ciò che non si è, il tuo corpo, i tuoi sensi, le tue emozioni, la mente. Questo è un movimento diametralmente opposto a quello di cercare di aggrapparsi alla conoscenza. È un movimento che deve venire verso di noi. Perciò lei deve ascoltare il suo corpo, i suoi sensi, la sua mente, ed è un ascolto che richiede il lasciare la presa di tutto ciò che si crede di sapere, di tutti i condizionamenti e gli schemi. Se lei resta in questo ascolto, le percezioni galleggiano su quello che gli psicologi chiamerebbero il subconscio e il surconscio. Ma non metta l'accento su queste percezioni, perché accentuare ciò che è percepito ci costringe a restare in una relazione soggetto-oggetto. In principio l'accento sarà sul percepiente, più tardi troverà che è l'ascolto stesso ad essere enfatizzato, finché finalmente troverà se stesso nell'ascoltare.
Ascoltare è sul fondo di tutto ciò che appare. È silenzio. Il suo corpo, i sensi, la mente, tutti gli stati vanno e vengono, ma lei è questa presenza senza tempo.
L'idea che ci sia attualmente qualcosa da raggiungere è profondamente radicata, perciò continuiamo a vivere nel processo del divenire, proiettando energia per prendere e per conservare qualcosa. Ma un ascolto senza motivazione ribadisce la convinzione che qui non c'è realmente nulla da guadagnare o da perdere; allora il condizionamento cade dalla mente, l'agitazione si placa e si fa la tranquillità. Diventate allora come il pescatore che non controlla né il pesce né l'acqua. Egli si limita ad essere attento. E giunge a sentire che ogni cosa è contenuta in questa attenzione, in questo sguardo silenzioso, che non vi è nulla oltre a ciò. È allora che vi trovate sulla soglia del vostro vero essere. Ma non c'è sforzo di volontà che vi ci possa condurre. Si è scelti dall'Essere stesso" (pp. 19-20).

Come dicevamo la scorsa settimana: la pratica come osservazione di sé, come conoscenza dei propri moti interiori è solo un primo passaggio. In realtà si deve giungere a quell'ascoltare se stessi vuoto di qualsiasi contenuto, quel vedere che non è analisi psicologica, ma silenzio e presenza a se stessi, che è pura attenzione e un nulla vedere.

Nella lezione del mercoledì abbiamo continuato a leggere I tre pilastri dello zen di Philip Kapleau (clicca qui).