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"La vera conoscenza" (Dainin Katagiri)

 


"La vera conoscenza" (Dainin Katagiri)


Continuiamo a leggere alcuni brani tratti da Ritorno al silenzio di Dainin Katagiri:

"Quando ci sediamo, immediatamente convertiamo la forma dello zazen in vita del Buddha. In che modo? Mettendo in atto la pratica [...]. Non c'è spazio, non c'è posto per intrufolare la testa in questo zazen. È un'opportunità capitale per trasformare il nostro zazen nello zazen del Buddha. Noi però inevitabilmente cerchiamo di fare zazen. Ciò significa che cerchiamo di ottenere qualcosa, cerchiamo di vedere qualcosa nello zazen. Quando cerchiamo di vedere, quando cerchiamo di sapere, ignoriamo completamente il fatto che ci è dato sapere. Allora sfuma l'opportunità di convertire la forma dello zazen nello zazen del Buddha.
[...]
La cosa più importante tramandata di generazione in generazione dai buddha e dai patriarchi è la caratteristica del conoscere. Non si tratta di un conoscere che scaturisce dalla relazione con gli oggetti o dall'incontro con il mondo esterno. [...] È un conoscere in cui non c'è distanza fra soggetto e oggetto. [...] La vera conoscenza partecipa a se stessa, e diventa tutt'uno con se stessa. Accoglie la struttura del proprio essere e delle altre cose. [...] È 'proprio così'; dal profondo del cuore diciamo «sì». Questo conoscere, questo 'proprio così', significa permettere a se stessi e agli altri di essere come veramente siamo. [...]
In altre parole, se vogliamo sapere chi siamo, dobbiamo partecipare a noi stessi. [...] Anche se diciamo: «Sì, io so chi sono», questo 'io' non è il vero sé così com'è; resta sempre una piccola distanza. Il sé deve partecipare al sé direttamente, intimamente. [...]
Quando la conoscenza è entrata completamente nella nostra vita, quella conoscenza si illumina. Illuminare significa che il conoscere opera concretamente in ogni aspetto della vita umana. [...]
Il primo verso del Sūtra del Cuore viene di solito tradotto così: «Avalokiteshvara, praticando profondamente la prajñā pāramitā...». Ma una traduzione più letterale suona: «Avalokiteshvara, vedendo e illuminando la prajñā pāramitā...». Vedere significa conoscere, e questo conoscere è stato assimilato completamente fino a trasformarsi in energia vitale. [...] In ogni singola forma dell'essere possiamo vedere questa vita dinamica nella sua totalità" (pp. 62-64).

Il conoscere dello zazen, il conoscere della pratica è un conoscere senza conoscere, è un conoscere che si rivolge in se stesso, senza alcun contenuto, senza oggetto da conoscere, senza dualismo tra conoscitore e conosciuto. Lo zazen non è la risposta a tutte le domande, ma è il loro crollare, è lo svuotamento del domandante. La ricerca proviene dal soggetto conoscente, anche la ricerca cosiddetta "spirituale". Ma ogni ricerca è solo perpetuazione dello stato di mancanza, di povertà, è allontanamento da se stessi, è separazione da quell'essere 'proprio così', da quel 'sì' che proviene dal profondo, che è precedente a qualsiasi dualismo, a qualsiasi cercare.
Il conoscere è in un semplice vedere, in quella modalità particolare dell'essere nel mondo che è un lasciare e un lasciarsi essere. Non è vedere questo piuttosto che quest'altro, avere questo contenuto mentale piuttosto che un altro.