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"I fini dello zen sono tre" (Philip Kapleau)



"I fini dello zen sono tre" (Philip Kapleau)


Altri brani tratti dal testo di Philip Kapleau, I tre pilastri dello zen:

"I fini dello zen sono tre: 1) sviluppo del potere di concentrazione (joriki), 2) risveglio-satori (kensho-godo), 3) realizzazione della Via Suprema nella vita quotidiana (mujodo no taigen). Queste tre forme costituiscono un'unità inseparabile [...].
[...]
Il kensho-godo, la visione della Natura della Verità [...] è l'improvvisa consapevolezza che viene espressa con l'esclamazione: «Io sono, fin dall'inizio, completo e perfetto. È meraviglioso, è miracoloso!».
[...]
L'ultimo obiettivo è il mujodo no taigen, la realizzazione della Via Suprema nella totalità della persona e nelle attività quotidiane. A questo punto non distinguiamo più fra fine e mezzo. [...]
La pratica dello Zen buddhista dovrebbe abbracciare questi tre obiettivi, poiché essi sono in stretto rapporto fra loro. V'è ad esempio una fondamentale connessione fra joriki e kensho. Il kensho è «la saggezza naturalmente connessa col joriki», il quale è il potere che scaturisce dalla concentrazione. Il joriki è connesso col kensho ancora in una altro senso. Molti non riescono in alcun modo a raggiungere il kensho se non hanno prima coltivato il joriki, poiché altrimenti si sentono troppo inquieti, nervosi e ansiosi di persistere nello zazen. Inoltre, se non viene corroborata dal joriki, una sola esperienza del kensho non avrà sensibili effetti sulla vita e diventerà un semplice ricordo. [...]
Allo stesso modo vi è una stretta connessione fra il kensho e il terzo fine, il mujodo no taigen. Il kensho, allorché si manifesta in ogni azione, diviene mujodo no taigen. Con l'illuminazione perfetta possiamo comprendere che la nostra concezione del mondo come qualcosa di dualistico e di antitetico è falsa e in base a questa consapevolezza si disvela il mondo dell'unità, della vera armonia e della vera pace.
[...]
Quando si possiede il kensho, si ha l'intuizione del mondo dell'unità o dell'eguaglianza [...]. Dato che attraverso l'unità vediamo la differenziazione, anche quest'ultima diviene più chiara.
All'inizio, la percezione dell'unità non è distinta - c'è ancora l'idea che «qualcosa sta di fronte a me!». Quando la pratica si approfondisce, questa barriera a poco a poco si dissolve" (pp. 61-63, 72).