"Non si sa affrontare sé stessi" (Carl Gustav Jung)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"Non si sa affrontare sé stessi" (Carl Gustav Jung)


Leggiamo come inizio del nostro corso di meditazione questo brano di Jung, a ricordo del fatto di quanto certe pratiche, inclusa la meditazione, siano in realtà usate non come lavoro di spoliazione, di semplicità, di ritorno a un'autenticità della nostra persona, ma come invece ennesimo agghindamento di sé, gioco esotistico, fascino orientalista: tante strategie per perdere l'appuntamento con il nostro abbandonarci al fondo di noi stessi, al vuoto abissale, al silenzio che ci abita, a quello spazio che tutto accoglie e che di tutto è origine, a quel mistero che la pratica ci chiede di abitare. Cedere ad esso è stare nel non sapere, nell'ignoranza riguardo alla meta e a qualsiasi strategia: ma è bene che sia così. Altrimenti saremmo sempre solo nella tecnica, nel mentale, essenzialmente nella paura.

"Si fa di tutto, anche le cose più strane, pur di sfuggire alla propria anima. Si compiono esercizi di Yoga indiano di qualsiasi osservanza, si seguono regimi alimentari, si impara a memoria la teosofia, si ripetono testi mistici della letteratura mondiale, tutto, perché non si sa affrontare sé stessi, e perché a gente simile manca ogni fiducia che dalla loro anima possa scaturirne qualcosa di utile. Così gradatamente l’anima è diventata quella Nazareth dalla quale non può nascere nulla di buono; per questa ragione la si va cercando ai quattro venti, e quanto più è lontana e bizzarra meglio è".