Charlotte Joko Beck è maestra del Zen Center of San Diego, in
California. In un suo libro dal titolo Zen quotidiano scrive:
"Le cose capaci di turbare l'essere umano sono milioni.
Nascono da una frattura per cui la vita smette di essere semplicemente la vita
(vedere, udire, toccare, odorare, pensare); ci dissociamo dal tutto indiviso
perché ci sentiamo minacciati. La vita si sposta laggiù mentre io sono
qua e ci penso sopra. Non costituisco più un tutt'uno con la vita; laggiù
si è prodotto un evento spiacevole e io qua, ci penso per trovare una via
di fuga dalla mia sofferenza.
Se smettiamo di cercare, cosa ci resta? Ci resta ciò che è sempre stato qui, al
centro. Dietro alla ricerca c'è l'angoscia, il disagio. Quando lo capiamo,
vediamo che il punto non è la ricerca ma l'angoscia e il disagio che spingono a
cercare. Capire che cercare all'esterno non è la via, è un momento magico. Ci
rendiamo conto che qualunque cosa cerchiamo, saremo sempre delusi.
[...]
A questo punto l’osservatore, o il testimone, scompare. Perché l’osservatore
alla fine scompare? Quando niente vede niente, cosa resta? La meraviglia della
vita. Nessuno è separato da nulla. C’è soltanto la vita che vive: udire,
toccare, vedere, odorare, pensare. È lo stato dell’amore o compassione".
Non ci sarebbe molto da dire. Queste parole si commentano da
sole. Come sempre è il dualismo l'origine della sofferenza: non c'è più il
vivere, ma c'è un individuo che si distingue dalla vita stessa; non c'è più una
totalità, un'unità, bensì un soggetto che si separa dall'oggetto (dal mondo,
dagli altri, dalle cose, ...). Anche il dialogo interno è dualismo: mi
considero, dico a me stesso che sono fatto in un certo modo, con certe
preferenze, certe abitudini, ecc. E allora mi giudico, mi valuto: questo va
bene, questo no, questo mi piace e questo mi turba, questa situazione l'approvo,
quest'altra la rifiuto. C'è sempre un andare troppo oltre, c'è sempre un
pretendere qualcosa, un essere in cerca. Di cosa? È un atteggiamento - anche
questo - di accattonaggio.
Allora ti fermi, ti acquieti. Capisci che questa infinita ricerca non solo
produce separazione, dolore, insofferenza, inadeguatezza, ma è anche l'effetto
di un approccio non appropriato. Comprendi la sconsideratezza dei tuoi vani
tentativi: cosa cerchi? Quei concetti altisonanti che si celano dietro a parole
come amore, Dio, felicità, calma, liberazione ... Va bene, possiamo dire:
consideriamo questi o altri come nostri ideali. Ma non siamo già fuori strada?
Non ci siamo forse dimenticati che non abbiamo a che fare con un oggetto, ma con
uno stato? Posso cercare il mazzo di chiavi lasciato in qualche parte della
casa, ma che senso avrebbe cercare - ad esempio - la liberazione? Chi la cerca,
non può che divenire schiavo del suo tentativo di acchiapparla! Chi la cerca
considera la liberazione come un oggetto, come un mazzo di chiavi.
Lo capisci, lo comprendi e allora ti fermi e realizzi. La cerca è finita, e
anche la tua persona è finita. Quella persona separata, distinta, che guardava
alle cose del mondo (e a se stessa) come qualcosa di altro da lei: quella
persona è morta. Quando finisce la ricerca, finisce la separazione tra soggetto
e oggetto. E così anche soggetto e oggetto hanno termine: certo, perché essi
sussistono solo in quanto separati. C'è solo unità, vita. Lo studio di sé
conduce alla dimenticanza di sé, come leggevamo nella scorsa lezione. È come
nell'amore, nell'amore mistico ma anche in quello umano: l'amante si immerge
nell'amato, si identifica, si annulla. È unione, unità, vuoto.