Dal Sutra di Hui Neng - 8
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Dal Sutra di Hui Neng - 8


Un altro brano tratto dal sutra del Sesto patriarca Hui Neng:

"Conoscere Buddha non significa altro che conoscere gli esseri senzienti, perché questi ultimi ignorano di essere dei Buddha potenziali, mentre un Buddha non vede differenza tra se stesso e gli altri esseri. [...] La purezza nell'Essenza della Mente rende gli esseri comuni dei Buddha. [...] Quando la vostra mente è corrotta o depravata, siete degli esseri comuni con la natura di Buddha latente in voi. Al contrario, quando dirigete la vostra mente verso la purezza e la semplicità, siete un Buddha.
Nella nostra mente c'è un Buddha, e quel Buddha interno è il vero Buddha. [...]".

Sono caduti i dualismi in un Buddha. Non c'è autoconsapevolezza della propria buddhità come qualcosa che distingua dall'essere senziente ordinario. L'essenza della mente è presente nell'essere senziente in quanto tale ed essa coincide con il Buddha interiore. Ma la buddhità è latente negli esseri ordinari. Quindi c'è una identità, ma questa identità non significa che vi sia una realizzazione.
La mente naturale è semplice e in quanto semplice è realizzata. Ciò che è semplice è quel che è, per quel che è: non ha bisogno di essere cercato, raggiunto. Ma il testo dice: "Quando dirigete la vostra mente ...": quindi c'è una sorta di operatività, c'è un dirigere. Su questo filo del rasoio si muove la pratica: tra una semplicità senza sforzo e una direzione, tra un fare e un non-fare. Un non ancora che già è. La semplicità della mente è quel suo essere originariamente pura, quel suo essere naturalmente libera, affrancata, vuota, quieta: consiste in quel suo non avere. L'alterazione del suo stato conduce alla corruzione, al sedimentarsi in essa di altro, al suo essere coperta, nascosta, occultata. In altre parole: la natura buddhica è sempre presente, ma latente.

E poi, in ultimo, leggiamo gli ultimi versi che Hui Neng pronunciò prima di morire:

"Sereno e tranquillo, l'uomo ideale non pratica alcuna virtù.
Padrone di sé e imparziale, non commette peccati.
Calmo e silenzioso, egli non vede e non sente.
Equa e integra, la sua mente non dimora in alcun luogo" (dal cap. X).

Praticare la virtù è uscire dallo stato di quiete assoluta, di piena tranquillità. La virtù dell'uomo ideale è invece non praticata, in quanto già presente nella sua realizzazione: la sua padronanza, il suo prendere ed essere in pieno possesso del proprio centro lo conduce all'impeccabilità, all'equilibrio, alla purezza. La mente che non dimora in nessun luogo è naturalmente virtuosa, senza cercare alcuna virtù: è in sé e quindi equa, equanime, dunque giusta. Ma di una giustizia non da codice morale, bensì di qualcosa che viene... da dove?