Un altro brano tratto dal sutra del Sesto patriarca Hui Neng:
Il monaco Chih Huang chiede Hsüan Ts'ê chi sia il suo
maestro.
"«Il mio maestro è il Sesto Patriarca di Ts'ao Ch'i», rispose Hsüan Ts'ê.
«Come definisce il dhyana [la meditazione] e il samadhi [l'apice realizzativo
vissuto nella meditazione]?», chiese Chih Huang.
«Secondo il suo insegnamento», rispose Hsüan Ts'ê, « [...] non c'è dimorare né
partire nel samadhi. Non esiste quiete né turbamento. La natura del dhyana è
non-dimorante, quindi dobbiamo portarci al di sopra dello stato di 'dimorare
nella calma del dhyana'. La natura del dhyana è non-creativa, quindi dobbiamo
andare al di sopra della nozione di 'creare uno stato di dhyana' [...]».
Udito ciò, Chih Huang andò immediatamente a Ts'ao Ch'i per parlare con il
Patriarca. Dopo che gli fu chiesto da dove veniva, raccontò nei dettagli al
Patriarca la conversazione che aveva avuto con Hsüan Ts'ê.
«Ciò che ha detto Hsüan Ts'ê è giusto», disse il Patriarca. «Fai che la tua
mente sia in uno stato simile a quello del vuoto illimitato, ma non attaccarla
all'idea di 'vacuità'. Lasciala funzionare liberamente. Sia che ti trovi in
attività o in riposo, non far dimorare in nessun luogo la tua mente. Dimentica
la discriminazione tra un saggio e un uomo comune. Ignora la distinzione tra
soggetto e oggetto. Fai che l'Essenza della Mente e tutti gli oggetti fenomenali
siano in uno stato di Tathata. Allora sarai continuamente in samadhi».
Chih Huang fu interamente illuminato. Ciò che nei precedenti venti anni aveva
creduto di aver raggiunto, adesso era svanito" (dal cap. VII).
Il samadhi può essere vissuto - cercato - come uno stato cui
pervenire. È una tipica caduta del pensiero oggettivante. Non vi è via al
samadhi, non vi è stare nel samadhi. La realtà del samadhi, il suo stato non
oggettivato, non geograficamente limitato, non psicologicamente definito,
elimina qualsiasi dualismo. La mente naturale non è quieta, non è turbata: è
naturale. È la stessa cosa che dire: il samadhi non è la fuga dallo stato di
turbamento, non è il conseguimento di una statica quiete. Non c'è nessun
movimento, nessun ottenimento, nessun pervenire, nessun partire. Praticare nel
senso opposto è ancora essere invischiati in una disciplina tesa alla
soddisfazione egocentrica, a un sentimentalismo nel quale il pensiero
prosperante è la ricerca di un piacere mentale. È l'errore proprio del
principiante: fare della propria meditazione un esercizio per stare bene, per
sentirsi meglio, per ottenere più calma, per raggiungere la felicità, per
costruire il proprio nirvana personale, facendo così una caricatura della
pratica. Bisogna superare la concezione della meditazione tesa alla
soddisfazione di sé: "Dobbiamo portarci al di sopra dello stato di 'dimorare
nella calma del dhyana'"; così come è da abbandonare una visione costruttivista
della pratica stessa: "Dobbiamo andare al di sopra della nozione di 'creare uno
stato di dhyana'".
Non attaccare la mente all'idea di vacuità significa non praticare con il fine
di un ottenimento, svuotandosi dell'idea stessa di un fine. Vuol dire: non
cadere in idealismi, non attaccarsi ad alcuna filosofia, visione, idea, per
quanto apparentemente eccelsi, non fare della meditazione un sistema, una
formula, un principio regolativo. Non deve vincolare a nulla la meditazione;
anzi: il suo potere sublime è quello dello svincolamento, dell'abbandono, del
lasciare la presa, dell'uscita da qualsiasi fantasma mentale, da qualsiasi idolo
interiore (morale, religioso, sociale, ...). In questo senso la mente è libera,
affrancata, non dimorante: "Lasciala funzionare liberamente", "Non far dimorare
in nessun luogo la tua mente". Che non dimori in nessuna credenza, in nessuna
certezza, in nessuna immagine, in nessun totem, in nessun pensiero, in nessuna
fantasia, in nessuna dottrina, in nessun modello, in nessun concetto, in nessuna
opinione, in nessun feticcio, .... Insomma: in nessuna fissità. Liberarla è
liberarla da qualsiasi assoggettamento, da ogni asservimento, da ogni dipendenza
dai suoi oggetti: è svincolarla da tutto. E allora crolleranno tutte le
distinzioni, le separazioni, gli opposti perderanno i loro significati, i
dualismi crolleranno: soggetto-oggetto, nirvana-samsara, mente comune-mente
illuminata. Tutto è realizzato, tutto è svuotato e pienezza insieme, tutto è
unificato, uno e nulla, tutto è 'Tathata'. In questa realizzazione, dove inizia,
dove termina, quando è ottenuto, e da chi, il samadhi?
Al discorso del Sesto Patriarca,
Chih Huang si illuminò e ciò che credeva di avere raggiunto,
svanì. Cosa significa? Cerchiamo di non cadere in una interpretazione banale,
che falsificherebbe il tutto. Cioè: qui non si tratta semplicemente di un
realizzare la vanità di quelle che Chih Huang riteneva le sue conquiste passate
da praticante, di rilevarne la loro sostanziale infondatezza. Non immaginiamoci
un Chih Huang che a questo punto dica a se stesso: come mi sono illuso, a cosa
ho potuto credere, quali stati realizzativi ho pensato di avere ottenuto e
invece si sono dimostrati degli abbagli, ecc. Il fatto è invece che quel "adesso
era svanito" con il quale si conclude questo brano indica molto semplicemente
l'esperienza di vuoto prodotta dall'esito ultimo della pratica. È un abbandonare
una visione della pratica tesa all'ottenimento, al raggiungimento: non c'è nulla
da raggiungere, nessun modo d'essere da aggiungere, nessuna virtù da inserire
nella nostra cassetta degli attrezzi. È fare vuoto, sentire questa spaziosità, è
liberarsi, fare pulizia, togliere, semplificare, sciogliere da dentro.