"Se restiamo in attesa senza rappresentarci nulla" (Martin Heidegger)
"Se restiamo in attesa senza rappresentarci nulla" (Martin
Heidegger)
Continuiamo a leggere qualcosa da L'abbandono di Martin
Heidegger:
"Erudito: [...] Non appena ci rappresentiamo o ci facciamo
un'idea di qualcosa, già non siamo più in attesa.
Maestro: Nell'attesa lasciamo aperto ciò di cui siamo in attesa.
E: Per qual motivo?
M: Perché l'attesa si lascia ricondurre all'Aperto stesso
[...]
M: E nella prossimità ad esso l'attesa raggiunge la permanenza in cui può
soggiornare
Scienziato: Ma soggiornare è un ritornare.
E: L'Aperto stesso sarebbe allora il solo di cui potremmo veramente restare in
attesa.
S: Ma l'Aperto stesso è la contrata...
M: in cui noi, restando in attesa, siamo ricondotti quando pensiamo.
S: Pensare sarebbe dunque: giungere-nella-vicinanza di ciò che è lontano.
[...]
S: Io ho soltanto riassunto quanto abbiamo appena detto, senza rappresentarmi
nulla.
M: E nondimeno Lei ha pensato qualcosa.
S: Più precisamente, in realtà, sono rimasto in attesa di qualcosa senza sapere
di che cosa.
[...]
S: Io debbo ancora dire in che modo sono giunto all'attesa e in che direzione
sono riuscito a far luce sull'essenza del pensare. Dato che, se restiamo in
attesa senza rappresentarci nulla, veniamo ricondotti all'Aperto, ho cercato di
liberarmi da ogni sorta di rappresentare. Dato che la contrata è ciò che apre
dell'Aperto, ho cercato, liberatomi dal rappresentare, di affidarmi soltanto
alla contrata e di permanere in essa.
M: Quindi, se la mia supposizione è corretta, Lei ha tentato di farsi ricondurre
all'abbandono.
S: A dir la verità, non ho propriamente pensato a questo [...]. Invece, ha fatto
in modo che fossi ricondotto all'attesa [...] più l'andamento dell'intero
colloquio che la rappresentazione dei singoli oggetti di cui abbiamo discorso.
E: Non potremmo pervenire all'abbandono in un modo migliore di questo, cioè
facendo in modo di lasciarci ricondurre ad esso" (pp. 56-57).
Una precisazione terminologica: "contrata" è per Heidegger
quella libera vastità nella quale sono raccolte tutte le cose, nel loro quieto
permanere e rapportarsi. "Essa fa permanere le cose riconducendole nella vastità
del loro acquietarsi". "La contrata è la vastità che fa permanere, è ciò che,
raccogliendo ogni cosa, apre se stessa, cosicché in essa l'Aperto è tenuto e
mantenuto per far dischiudere ogni cosa nel proprio acquietarsi".
L'attesa è vera apertura, è apertura all'Aperto, quando è attesa aperta, attesa
di alcunché, attesa vuota del rappresentare, che si realizza per l'appunto nel
nulla rappresentarsi, nell'attesa di ciò che non è oggetto, che non ha nome. Non
è più allora un'attesa alla ricerca (cioè quell'attesa che è attesa di qualcosa,
quell'attesa che attende), ma è attesa che è naturalmente ricondotta all'Aperto.
Quell'Aperto cui ritorniamo nel vero pensare, quell'Aperto che è quindi
l'essenza del pensiero stesso. Si perviene ad esso attraverso un calmo affidarsi
alla contrata, con la fine di qualsiasi sforzo, fare, con la conclusione del
tentare.
All'abbandono non si giunge con la volontà, con il pensare. A rigor di termini,
all'abbandono non si giunge affatto: si è ricondotti. E si è ricondotti al di là
del rappresentare, quindi svuotandosi dell'idolo dell'ordinario e vecchio
pensare: si è ricondotti attraverso il darsi all'andamento delle cose, delle
parole, degli eventi, dell'essere.
Nella lezione del mercoledì abbiamo continuato a leggere I tre pilastri dello
zen di Philip Kapleau
(clicca
qui).