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"Non dobbiamo fare nulla, soltanto restare in attesa" (Martin Heidegger)

 


"Non dobbiamo fare nulla, soltanto restare in attesa" (Martin Heidegger)


Continuiamo a leggere qualcosa da L'abbandono di Martin Heidegger:

"Scienziato: [...] Cos'ha a che fare l'abbandono con il pensare?
Maestro: Nulla, se intendiamo il pensare in senso tradizionale, come rappresentare. Ma forse l'essenza del pensare [...] è ricondotta all'abbandono.
S: Con tutta la mia buona volontà non riesco a rappresentarmi questa essenza del pensare.
M: Perché glielo impediscono proprio la sua buona volontà e quel modo di pensare che è il rappresentare.
S: Allora cosa debbo mai fare?
Erudito: Me lo domando anch'io.
M: Non dobbiamo fare nulla, soltanto restare in attesa.
E: È una ben misera consolazione.
M: [...] Non dobbiamo aspettarci alcuna consolazione, e proprio questo facciamo ancora se ci facciamo prendere dallo sconforto.
S: Di cosa dobbiamo restare in attesa? E dove? Quasi non so più dove sono e chi sono.
M: Noi tutti non lo sappiamo più, non appena tralasciamo di farci delle illusioni.
E: Ma non resta ancora il nostro cammino?
M: Certamente. Tuttavia, se ce ne dimentichiamo troppo in fretta, rinunciamo alla possibilità di pensare" (pp. 50-51).

Il pensare comunemente inteso e praticato è un rappresentare: penso a qualcosa e me la rappresento. In tutto questo c'è anche una direzione: il pensiero che tende a, che è rivolto a, che punta a. In questo senso l'abbandono è altra cosa, non ha a che fare con il pensiero. L'abbandono è vuotezza di rappresentazioni e di direzioni.
L'essenza del pensare: è il suo fondo, la sua scaturigine, il suo ancora non essere. In un certo senso - ancora: la sua negazione, nel senso, ovviamente, di assenza. Ma è l'essenza del pensare: è quindi la sua verità, la sua autentica natura. Ed è nell'essere nell'abbandono, nell'essere dell'abbandono che questa verità del pensare si fa propria.
Come ci si arriva? Senza volerci arrivare. L'abbandono è abbandono della volontà di trovare questo abbandono. L'abbandono non è cosa, non è ente, non è pensiero rappresentante, non è oggetto da cercare, cui pervenire.
Si perviene all'abbandono - essendoci sempre in esso - attraverso il fare nulla, l'attesa. È un'attesa pura, svuotata anch'essa di intenzionalità. Non è attesa di alcunché, non è attesa che si aspetti qualcosa. Lo sconforto è l'esito della ricerca di una consolazione nell'attesa, di un riscontro: è solo dualismo. Nella pura attesa non si attende nulla. È uno stare in essa, nel quale l'abbandono diviene abbandono di ogni maschera, di ogni illusione, di ogni sapere e verità. "Non so più dove sono e chi sono".
Non c'è più alcun oggetto cercato, alcuna verità intorno al soggetto. Crolla l'oggetto e così, naturalmente, viene meno anche il soggetto. Cosa resta? Il cammino. Solo da qui la verità del pensare.

Nella lezione del mercoledì abbiamo continuato a leggere I tre pilastri dello zen di Philip Kapleau (clicca qui).