"Una denudazione completa" (Jerzy Grotowski)
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"Una denudazione completa" (Jerzy Grotowski)


Leggiamo alcuni brani tratti da Per un teatro povero di Jerzy Grotowski. Notiamo strette affinità tra il concetto di attore secondo Grotowski e la pratica che cerchiamo di portare avanti:

"Da noi tutto è concentrato sulla «maturazione» dell'attore che è espressa da una tensione verso l'assoluto, da una denudazione completa, dall'estrinsecazione degli strati più intimi del proprio essere e tutto questo senza la benché minima traccia di egotismo o di auto-compiacimento. L'attore fa dono totale di sé. [...]
Nel nostro teatro formare un attore non vuol dire insegnargli qualcosa; noi cerchiamo di eliminare le resistenze del suo organismo al suddetto processo psichico. Il risultato è l'annullamento dell'intervallo di tempo fra gli impulsi interiori e le reazioni esteriori in modo tale che l'impulso sia già una reazione esterna. L'impulso e l'azione sono contemporanei [...].
L'atteggiamento mentale necessario è una disponibilità passiva ad attuare una partitura attiva, non un atteggiamento per cui una persona vuole fare una determinata cosa ma per cui fa a meno di non farla. [...]
Realizziamo [...] un'opera di sfrondamento, ricercando la distillazione dei segni e la eliminazione di tutti quegli elementi di comportamento «naturale» che velano la purezza dell'impulso. [...]
Noi ci dedichiamo alla nostra professione in un atteggiamento simile a quello dell'intagliatore medievale che cercava di ritrovare nel suo pezzo di legno una forma pre-esistente. [...]
«Santità laica». Se l'attore provoca gli altri provocando se stesso pubblicamente, se [...] scopre se stesso gettando via la maschera di tutti i giorni, egli permette anche allo spettatore di intraprendere un simile processo di auto-penetrazione. Se egli non esibisce il suo corpo, ma [...] lo libera da ogni resistenza agli impulsi psichici, allora, egli non vende il suo corpo ma lo offre in sacrificio; ripete l'atto della Redenzione; si avvicina alla santità. [...]
L'attore [...] scopre se stesso ed offre ciò che vi è di più intimo in lui - ciò che si vuol tenere celato agli altri e che è fonte di dolore [...].
Il corpo deve liberarsi da ogni resistenza [...]
Non si tratta [...] di «vivere» un personaggio [...]. È fondamentale, invece, utilizzare il personaggio come un trampolino, uno strumento che serva per studiare ciò che è nascosto dietro alla nostra maschera di ogni giorno [...] per offrirla in sacrificio, palesandola.
Ciò è un eccesso, non solo per l'attore, ma anche per il pubblico. Lo spettatore intuisce, a livello conscio o inconscio, che tale atto è un invito, rivolto a lui, ad agire in maniera analoga: questo causa spesso opposizione ed indignazione, poiché i nostro sforzi costanti sono tesi a dissimulare la verità che ci concerne, non solo di fronte al mondo, ma anche di fronte a noi stessi; noi tentiamo di evitare la verità su noi stessi [...].
Si tratta soltanto di dare se stessi. Bisogna darsi in modo totale, nella propria intimità più profonda, con fiducia, come ci si dà nell'atto d'amore. [...] Tale atto culmina in un apice che apporta sollievo" (pp. 22-46).