"La mia felicità è fatta di fervore" (André Gide)
la meditazione come via
vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

gli esercizi

testi

bibliografia

insegnante

dizionario zen

links

stampa

cerca nel sito

email

newsletter


 

 


"La mia felicità è fatta di fervore" (André Gide)


Terza parte dei brani da I nutrimenti terrestri di André Gide letti durante il seminario intensivo di Sabato 24 Luglio:

"Non crediate che la mia felicità sia fatta di ricchezza; il mio cuore senza alcun legame sulla terra è rimasto povero, e io morrò felicemente. La mia felicità è fatta di fervore. Attraverso indistintamente ogni cosa, io ho perdutamente adorato. [...]

Disponibile! [...] Disponibile! - e grazie ad un'attenzione subitanea, simultanea di tutti i sensi, arrivare a fare [...] del senso stesso della propria vita, la sensazione concentrata di tutto ciò che dal di fuori ci tocca... (o reciprocamente). - Ci sono; là, io occupo quel buco, dove penetrano:

nel mio occhio:
questo rumore continuo dell'acqua [...] questo vento tra i pini [...] ecc.
nei miei occhi:
il risplendere di questo sole nel ruscello; l'agitarsi di questi pini [...] del mio piede [...] ecc.
nella mia carne:
la sensazione di questa umidità; di questa morbidezza di muschio [...] della mia fronte nella mia mano; della mia mano sulla mia fronte ecc.
nelle mie narici [...]

La mia vita è sempre: questo [...]

Attesa dell'ondata. - Fragore improvviso della massa d'acqua [...]. - Inerzia del mio io; chi sono io qui? - Un tappo - un povero tappo sui flutti.
Abbandono all'oblio delle onde; voluttà della rinuncia; essere una cosa. [...]

Ecco il primo mattino; passeggio; non guardo niente e vedo tutto; una sinfonia meravigliosa si forma e si organizza in me dalle sensazioni inascoltate. L'ora passa; la mia emozione si allenta [...]. Poi scelgo, essere o cosa, di che invaghirmi - ma lo voglio mutevole, perché la mia emozione, non appena si fissa, non è più viva. [...]
Mi smarrisco in un disordinato inseguimento di cose sfuggenti. [...]

Non mi sembra di vivere veramente che in un istante sempre nuovo. Ciò che si dice: raccogliersi, è per me una costrizione impossibile; non capisco più la parola: solitudine; essere solo me, è non essere più nessuno; io sono popolato. - D'altronde non sono a casa mia che ovunque [...]. Il più bel ricordo non mi appare che come un relitto della felicità. [...]

Getta ora il mio libro [...]. Liberatene. [...]
Non credere che la tua verità possa essere trovata da altri; più che di ogni altra cosa, abbi vergogna di questo. [...]
Non legarti in te se non a ciò che senti non essere altrove che in te stesso, e crea di te, impazientemente o pazientemente, ah! il più insostituibile degli esseri" (dai Libri IV, VI, VII, VIII, Congedo).