"Abbandona tutti i tentativi di raggiungere qualcosa" (Gangaji)
la meditazione come via
vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

gli esercizi

testi

bibliografia

insegnante

dizionario zen

links

stampa

cerca nel sito

email

newsletter


 


 

"Abbandona tutti i tentativi di raggiungere qualcosa" (Gangaji)


Leggiamo per l'ultima volta qualcosa da Tu sei quello di Gangaji:

"La vigilanza è essenziale. Il problema è che questa parola viene spesso intesa erroneamente e confusa con una disciplina rigida e costrittiva. La vigilanza è disciplina, ma è la disciplina della resa. [...]
Se ricorri allo sforzo per mantenere la vigilanza, prima o poi sorge stanchezza. Se invece rilassi la mente, il tuo flusso mentale individuale è già allineato naturalmente con l'oceano di pura consapevolezza. Allora vigilanza, attenzione, resa e disciplina avvengono senza sforzo.
Rimanere immobili rivela la consapevolezza priva di identificazioni [...]. Se appare l'impulso allo sforzo, ed è possibile perché lo sforzo è una tendenza molto forte, riconosci che lo sforzo implica che tu non sei consapevolezza. Controlla: la pura consapevolezza se n'è andata? [...]
Lo sforzo nasce dal fraintendimento che vigilanza significa raggiungere uno stato particolare. Abbandona tutti i tentativi di raggiungere qualcosa. Non fare della vigilanza un esercizio. Sii vigile lasciando andare ogni sforzo di definirti in base a qualunque stato mentale o emotivo.
Per essere non occorre nessuno sforzo. Se hai fiducia nell'essere e indaghi l'essere in quanto essere, esiste forse una qualche attività che sia separata da te?
La vigilanza è attenzione. L'attenzione deriva il suo stare attenta dalla pura consapevolezza, ciò che tu sei. Tutte le definizioni di te stesso ti costringono a fissarti sulle onde mentre aspiri alla profondità" (pp. 246, 250).

Allora la presenza è una condizione di abbandono, è una condizione di attenzione che emerge nella caduta, nel lasciarsi essere. Nella resa completa non ci può essere alcuno sforzo. Non è più una tecnica, non è un esercizio. Non è più il tentativo di mettere in atto una modalità del pensiero particolare, non è un pensare meglio, un pensare di meno, un pensare più alto. Se non è così, se è un lavoro costrittivo, non è più aperta consapevolezza, non è più sguardo disarmato ed equanime sulla propria realtà, ma identificazione con questo o quel contenuto mentale. È un blocco del flusso del mentale, del vitale, dell'essere.
Invece la consapevolezza non tende al perseguimento di qualche particolare stato interiore. Non è produrre dentro una forma di pensiero da Buddha cui identificarsi. È il contrario: è l'abbandono del proprio associarsi a qualcosa, per quanto alto. Se mi definisco attraverso una identificazione, non posso essere vigile: sono schiacciato in quella identificazione, non c'è più una osservazione dei contenuti. Non sono più un largo spazio che ospita l'infinito accadere di ciò che è; sono invece costretto nell'angusto e affaticante luogo del bloccarmi in qualche manifestazione mentale che si erge in me come il luogo in cui permanere. Ma se sei nel luogo, non sei più quel vuoto che dà luogo.