"Se esiste un uomo santo, ci accusa. Eppure non ci critica,
non ha che uno sguardo benevolo verso tutti. Ed è buono. Proprio per questo ci
accusa. Come si fa a non sentire questo peso? Si deve essere ormai morti dentro.
Facciamo tante cose, diciamo troppe parole. Siamo in uno stato quasi permanente
che ci fa uscire da noi stessi. Oggi siamo così e domani siamo colà. Oggi alla
ricerca di questo e domani di quello. Ma tu passi e lo vedi, quell’uomo santo: è
sempre lui, non è cambiato dall’ultima volta. È un’accusa nei tuoi confronti;
non puoi non vergognarti, al limite estremo dell’inabissamento. Non ti declama
la sua filosofia, non ha alcun sistema che lo sorregga: eppure come è tutto
chiaro quando lo vedi! Come è tutto pulito! Hai la sensazione che nulla gli
manchi, anche quando non ha niente. Non ti fa bei discorsi, non ha
giustificazioni da dare intorno al suo comportamento. Egli stesso non sa proprio
niente di sè, è dimentico. Che splendore davanti alla tua inutilità, ai tuoi
sciocchi affanni, alle tue parole e azioni del tutto inopportune.
E quando un uomo santo muore? Tu, cosa facevi in quel momento? Non ti si
accappona la pelle al solo pensare che proprio in quell’istante in cui
quell’uomo se ne andava silenziosamente, così come silenziosa era stata tutta la
sua vita, tu eri colui il quale non si curava neppure di non essere all’altezza
delle sue ginocchia? Eppure lui non ha pensato mai alcunché di astioso nei tuoi
confronti. Se almeno l’avesse fatto, sentiresti un po’ meno male, non è vero?
E allora ti viene da chiedergli scusa per non essere stato degno della sua
presenza.
Grazie Paolo".
Prima di iniziare, abbiamo letto anche una pagina di Gandhi
sul silenzio, da mettere in parallelo con la 'retta parola' dell'ottuplice
sentiero buddhista:
"L'esperienza mi ha insegnato che il silenzio fa parte della
disciplina spirituale di un seguace della verità. L'inclinazione a esagerare, a
sopprimere o modificare la verità, consapevolmente o inconsapevolmente, è una
debolezza naturale dell'uomo, e il silenzio è necessario per superarla. Un uomo
di poche parole raramente sarà irriflessivo nei suoi discorsi; misurerà ogni
parola.
Il silenzio è ormai diventato per me una necessità sia fisica sia spirituale.
All'inizio lo scelsi per alleviare il senso di oppressione. [...] Tuttavia, dopo
che l'ebbi praticato per un po', ne scoprii il valore spirituale. Mi balenò
improvvisamente per la mente che era il momento in cui potevo comunicare meglio
con Dio. Ed ora mi sento come se fossi naturalmente fatto per il silenzio.
Il silenzio di labbra cucite non è silenzio. Si potrebbe ottenere lo stesso
risultato tagliando la lingua, ma anche questo non sarebbe silenzio. È
silenzioso colui che, avendo la possibilità di parlare, non pronuncia nessuna
parola inutile".
Poi abbiamo fatto l'esercizio dell'anapanasati, la
meditazione in camminata e l'esercizio del fare vuoto internamente.
Alla conclusione della lezione abbiamo letto un noto koan zen tratto da
un'altrettanto famosa raccolta: Wu-men kuan (La barriera senza porta) (clicca
qui).