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Un necrologio e un brano di Gandhi

Oggi abbiamo iniziato la lezione leggendo un testo insolito per noi. Si tratta di un ricordo di una persona che ha fatto del gran bene nella sua vita, morta recentemente - ricordo distribuito all'uscita dal Duomo in cui si sono svolti i funerali lo scorso venerdì.

"Se esiste un uomo santo, ci accusa. Eppure non ci critica, non ha che uno sguardo benevolo verso tutti. Ed è buono. Proprio per questo ci accusa. Come si fa a non sentire questo peso? Si deve essere ormai morti dentro.
Facciamo tante cose, diciamo troppe parole. Siamo in uno stato quasi permanente che ci fa uscire da noi stessi. Oggi siamo così e domani siamo colà. Oggi alla ricerca di questo e domani di quello. Ma tu passi e lo vedi, quell’uomo santo: è sempre lui, non è cambiato dall’ultima volta. È un’accusa nei tuoi confronti; non puoi non vergognarti, al limite estremo dell’inabissamento. Non ti declama la sua filosofia, non ha alcun sistema che lo sorregga: eppure come è tutto chiaro quando lo vedi! Come è tutto pulito! Hai la sensazione che nulla gli manchi, anche quando non ha niente. Non ti fa bei discorsi, non ha giustificazioni da dare intorno al suo comportamento. Egli stesso non sa proprio niente di sè, è dimentico. Che splendore davanti alla tua inutilità, ai tuoi sciocchi affanni, alle tue parole e azioni del tutto inopportune.
E quando un uomo santo muore? Tu, cosa facevi in quel momento? Non ti si accappona la pelle al solo pensare che proprio in quell’istante in cui quell’uomo se ne andava silenziosamente, così come silenziosa era stata tutta la sua vita, tu eri colui il quale non si curava neppure di non essere all’altezza delle sue ginocchia? Eppure lui non ha pensato mai alcunché di astioso nei tuoi confronti. Se almeno l’avesse fatto, sentiresti un po’ meno male, non è vero?
E allora ti viene da chiedergli scusa per non essere stato degno della sua presenza.
Grazie Paolo".

Prima di iniziare, abbiamo letto anche una pagina di Gandhi sul silenzio, da mettere in parallelo con la 'retta parola' dell'ottuplice sentiero buddhista:

"L'esperienza mi ha insegnato che il silenzio fa parte della disciplina spirituale di un seguace della verità. L'inclinazione a esagerare, a sopprimere o modificare la verità, consapevolmente o inconsapevolmente, è una debolezza naturale dell'uomo, e il silenzio è necessario per superarla. Un uomo di poche parole raramente sarà irriflessivo nei suoi discorsi; misurerà ogni parola.
Il silenzio è ormai diventato per me una necessità sia fisica sia spirituale. All'inizio lo scelsi per alleviare il senso di oppressione. [...] Tuttavia, dopo che l'ebbi praticato per un po', ne scoprii il valore spirituale. Mi balenò improvvisamente per la mente che era il momento in cui potevo comunicare meglio con Dio. Ed ora mi sento come se fossi naturalmente fatto per il silenzio.
Il silenzio di labbra cucite non è silenzio. Si potrebbe ottenere lo stesso risultato tagliando la lingua, ma anche questo non sarebbe silenzio. È silenzioso colui che, avendo la possibilità di parlare, non pronuncia nessuna parola inutile".

Poi abbiamo fatto l'esercizio dell'anapanasati, la meditazione in camminata e l'esercizio del fare vuoto internamente.

Alla conclusione della lezione abbiamo letto un noto koan zen tratto da un'altrettanto famosa raccolta: Wu-men kuan (La barriera senza porta) (clicca qui).