L'esperienza metafisica
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L'esperienza metafisica

All'inizio della lezione abbiamo letto un brano di Elémire Zolla, tratto dal suo libro Archetipi:

"Quando la psiche che percepisce e le cose percepite, soggetto e oggetto, si fondono e assorbono a vicenda, avviene ciò che si può definire 'esperienza metafisica'. [...]
La psiche in samadhi, unificata, può affermare 'Sono', ma non più 'Sono questo', 'Sono quello'. Non perchè abbia subìto una perdita; al contrario, ha ottenuto un vertiginoso accrescimento. Si è detto finora che essa si è distaccata, distolta, internata, ritratta: non ha sofferto una diminuzione, si è anzi arricchita, ha conosciuto via via una dilatazione, un affrancamento sempre maggiori. 'Sono' è anteriore, più vasto di 'Sono questo' o 'Sono quello'; indica l'essere nella sua massima potenzialità, non compromesso, non confinato da una denotazione limitativa e contrastiva. Quando 'io sono' si può lecitamente completare in 'io sono l'essere', si vive l'esperienza metafisica: le sensazioni del mondo esterno sussistono, ma la mente non le subisce e non le contrasta, nota semplicemente come affiorino e come dileguino, senza intervenire con sentimenti e giudizi, senza contaminarle con chiacchiere e commenti. Esse allora cessano di sembrare aliene, ne splende la qualità aurorale, originaria.
La persona che sta vivendo l'esperienza metafisica può sembrare a chi la osservi da fuori tutta presa dagli eventi e di fatto li affronta lucidamente e con prontezza. L'essere ritirata in se stessa, insegnano i maestri, la dispone ai colpi d'intuizione, agl'interventi fulminei: indovina giusto, imbrocca la via, porta il tocco ispirato all'opera da compiere [...]
Eppure per multiformi che siano le attività che una mente assorta svolge, esse non la toccano, non la frammentano, perchè di tutto si occupa ma di nulla si preoccupa, né si immedesima con il risultato delle sue azioni, essendo identificata con se stessa. E càpita che di questa sua libertà e di questo suo interno tripudio all'esterno non traspaia niente. Si può vivere a fianco d'un uomo in samadhi senza notarlo: sbriga le sue faccende e lo si crede coinvolto, si proiettano su di lui i comuni sentimenti e non si ricevono smentite".

Poi abbiamo iniziato la nostra pratica. Questo mese cominciamo nuovi esercizi e aggiungiamo ulteriori istruzioni a quelli cui siamo un po' più abituati. In particolar modo abbiamo 'complicato' la meditazione in camminata: non solo consapevolezza dei tre movimenti (piede che si alza, piede che avanza, piede che appoggia), ma anche attenzione alla terza fase, quando il piede tocca terra, prima con il tallone e poi - piano piano - con il resto del piede stesso, fino alle dita. Bene: qui poniamo l'attenzione ad una linea immaginaria al centro della pianta, in modo tale che la fase di 'atterraggio' del piede non sia squilibrata, sbilanciata. Non ci deve essere prima una parte destra e poi una parte sinistra (o il contrario) che appoggia a terra: i punti a destra e a sinistra del piede devono toccare terra simultaneamente. E poi: le dita non devono aggrapparsi al pavimento, come fanno i felini con le loro unghie: tutto il piede si deve distendere pienamente, ampiamente, quasi come se facesse un esercizio di streaching nel suo appoggiarsi a terra.
Attenzione alle tensioni del corpo! L'esercizio si fa più difficile, allora il corpo tende ad irrigidirsi: ricordiamoci allora di porre la nostra consapevolezza - ogni tanto - anche sul collo, sulle spalle, sui pettorali, sulle braccia, sulle mani, per verificare che queste parti siano libere e rilassate.
L'esercizio ex novo che abbiamo invece iniziato da oggi è quello del fare vuoto dentro. Ci poniamo seduti, come quando pratichiamo l'anapanasati (consapevolezza del respiro), e cerchiamo di realizzare uno stato interiore di stabilità e quiete, privo di pensieri inquinanti. In questo caso non ci aggrappiamo al respiro: non ci aggrappiamo a nulla. Non è facile, certo. Ma siamo all'inizio! Arriveranno pensieri, sensazioni, ecc. Allora noi procediamo con la nostra operazione di disidentificazione, osservando in modo distaccato ciò che è comparso e che fra poco ci lascerà e tornando quindi al nostro 'centro'. Cominciamo a fare attenzione al tipo di agente inquinante che sorge in noi: creiamo una sorta di scaffali mentali, nei quali porre quello che proviamo: ci sarà lo scaffale 'fantasticherie', lo scaffale 'ricordi', lo scaffale 'sensazioni fisiche', lo scaffale 'emozioni negative', ecc. Non dobbiamo fare alcuna disquisizione mentale, intellettuale su ciò che affiora: solo riconoscerlo per quello che è. Questo ci servirà, col tempo, a conoscere meglio la nostra struttura psichica. La mente, quando capisce che la si vuole acquietare, si ribella con tutta una serie di produzioni, di tipologia diversa per ognuno di noi. Capire quali sono le costruzioni mentali che tornano alla carica nei nostri esercizi, ci aiuta a conoscere quella che è la nostra rete di reazioni mentali più o meno compulsive.

Abbiamo poi dedicato un po' di tempo al nostro corso introduttivo alla dottrina del Buddha, trattando il tema dei 'cinque impedimenti' (clicca qui).