Zazen
la meditazione come via
vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

gli esercizi

testi

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 

 


Zazen


A sedere, nella postura usuale. Le mani dovranno assumere la seguente posizione. In grembo, la mano destra sotto, quella sinistra sopra. Facciamo coincidere la seconda falange delle dita medie tra loro e da qui costruiamo la posizione: uniamo dita tra loro - a parte i pollici - e poi uniamo i pollici facendoli toccare.
Le mani vanno tenute nel grembo, ma non completamente appoggiate all'attaccatura delle nostre gambe. Una leggerissima tensione dovrÓ essere necessaria per mantenere la posizione delle mani non del tutto in riposo sul nostro corpo. Il punto di unione tra i pollici dovrebbe comunque risultare poco pi¨ in basso del nostro ombelico.
 


 
I pollici vanno mantenuti allineati tra loro. L'uno dovrebbe essere la continuazione dell'altro. Durante la pratica di zazen, all'inizio, non abbiamo familiaritÓ con la sensazione dei due pollici che si toccano. Allora potrÓ capitare che non riusciremo a cogliere, intuitivamente, la posizione dei nostri pollici: saremo forse costretti a guardarli, ad abbassare lo sguardo per capire in che posizione si trovano. Ma con il tempo, con la pratica, la leggera sensazione dei polpastrelli dei pollici che si toccano, diventerÓ qualcosa a noi familiare, attraverso la quale capiremo, semplicemente sentendola, in che situazione si trovano.

 
Questa Ŕ la classica posizione "a monte" dei pollici. Rivela una tensione a livello mentale e fisico: una tensione che partendo dalle spalle e passando lungo le braccia, si viene a scaricare sui due pollici, che quindi si alzano.
Va il pi¨ presto possibile rilevata attraverso la nostra consapevolezza della postura e della posizione del mudra delle mani, e lasciata andare.
Zazen non Ŕ tensione, sforzo, impegno coatto.
Questa invece Ŕ la posizione "a valle" dei pollici.
Rivela, al contrario della posizione "a monte", uno stato di torpore, di obnubilamento: una pratica che sta andando verso l'intontimento, il dormiveglia.
Zazen invece Ŕ luciditÓ, attenzione vigile, consapevolezza. Essere svegli e rilassati.
Quindi il perfetto equilibrio tra impegno e svuotamento. Nella postura delle dita si rivela il nostro stato, che non deve essere nÚ contratto (posizione "a monte"), nÚ di torpore (posizione "a valle"), ma limpido, nitido, chiaro (pollici allineati).


Contiamo ogni ispirazione ed espirazione, fino ad arrivare a dieci. Uno: ispirazione ed espirazione. Due: inspirazione ed espirazione. Ecc.
Dobbiamo essere aderenti al respiro. In ogni istante dell'ispirazione e in ogni istante dell'espirazione, devo essere presente a quel preciso punto del mio respiro. Non lo devo modificare, solo esserne consapevole. Mi applico al flusso del respiro, cercando di divenire tutt'uno con esso. Non lo penso, non lo immagino, non lo visualizzo, non mi applico alla sensazione della pancia che si espande e che si contrae, non mi applico alla sensazione dell'aria che sbatte nello spazio tra le mie narici e il labbro superiore. Sono invece nel respiro in sÚ.
Non appena arriva una distrazione qualsiasi, qualcosa che mi devia dalla mia centratura sul respiro, ripongo la mia attenzione sul respiro medesimo e ricomincio a contare da uno.
Quindi nei primi tempi arrivare a due, o a tre, sarÓ giÓ di per sÚ un'impresa notevole, se saremo sinceri con noi stessi.
Dobbiamo stare ben attenti a due possibili errori che facilmente vengono fatti in questo caso.
Il primo errore Ŕ un moto di ribellione, di sconforto o di impazienza non appena arriva la distrazione, non appena mi vedo costretto a riprendere a contare da uno. Devo invece mantenere uno stato mentale inalterato, non succube a idee di riuscita o fallimento. Come un automa mi devo dare al mio esercizio con estrema imperturbabilitÓ, scartando concetti di giusto o sbagliato.
Il secondo errore Ŕ intraprendere lo zazen come una gara con se stessi, e questo pu˛ essere provocato soprattutto dal conteggio da uno a dieci. Conto e mi vedo avvicinarmi a dieci. Formulo quindi l'idea: ce la sto facendo, ancora poco e arrivo a dieci. Inutile dire che appena nella mia mente nasce un pensiero di questo tipo, dovr˛ ricominciare da uno. Altrettanto ovvio dire che lo scopo di questa pratica non Ŕ arrivare a dieci. Alcuni, per eliminare a monte questa possibile caduta, suggeriscono di non contare fino a dieci, ma di contare sempre uno: inspirazione, espirazione - uno -, inspirazione, espirazione - uno -, inspirazione, espirazione - uno -, ecc.