Le due qualità necessarie
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Le due qualità necessarie

Un'altra storia zen. Un giovane laico si presenta ad un maestro zen per chiedergli quale via seguire per raggiungere quella liberazione di cui parla il Buddha. Il maestro si informa sulla sua capacità di concentrazione, sulla sua pratica meditativa, ma il giovane risponde: "Non sono abituato agli sforzi di un monaco zen e non riesco a meditare".
"Ma allora cosa sai fare?", chiede il maestro.
"Nulla!", risponde il giovane.
"E c'è qualcosa che ti piace fare?".
"Sì... Giocare a scacchi".
Allora il maestro chiamò un giovane monaco, fece portare una scacchiera e prese in mano una spada. Poi disse ai due: "Chi di voi vincerà questa partita, realizzerà la liberazione. Chi perderà, verrà ucciso. Avete inteso?".
Quindi iniziò la partita a scacchi, La concentrazione dei due ragazzi era al suo picco, per l'estrema importanza del momento. A un certo punto, il giovane laico capì che era in vantaggio, che la vittoria era vicina; guardò quindi il suo avversario e si accorse che il maestro era alle sue spalle, con la spada sfoderata sopra di lui, pronto a colpirlo. Nacque in lui uno stato di compassione e fece dunque un errore deliberato: la situazione si capovolse e il maestro passò - con la sua spada - alle spalle del giovane che prima stava vincendo e ora perdendo. Quest'ultimo chiuse gli occhi attendendosi il colpo.
La spada calò a gran velocità, ma si scagliò contro la scacchiera, tagliandola in due pezzi. Il maestro concluse: "Non c'è né vincitore né vinto; nessuno di voi due dovrà morire". E al giovane laico disse: "Sono solo due le qualità necessarie per la realizzazione: compassione e concentrazione. Qui e ora le hai sperimentate. Mantenerle vuole dire essere nella Via".

Quindi la necessità della coesistenza di compassione e concentrazione; potremmo dire anche: amore e attenzione. L'una qualità alimenta l'altra e viceversa.
Amore senza attenzione conduce al sentimentalismo, al vuoto buonismo, alla schiavitù delle emozioni, ad una vita pateticamente sdolcinata. Attenzione senza amore conduce verso l'allontanamento dalla realtà, ad uno sterile esercizio mentale, ad un'orgogliosa solitudine, ad un disinteresse per il mondo, allo svuotamento di qualsiasi capacità di benevolenza per l'altro da me.
Per questo amore e attenzione devono andare di pari passo e del resto così è. Quando provo amore per qualcosa o qualcuno, ho nei suoi confronti un atteggiamento di rispetto, di cura, di attenzione. Più amo qualcuno, più sarò ricettivo rispetto a quello che dice, quello che fa: mi svuoto di me stesso e mi riempio - in pura attenzione - di ciò che mi trasmette. E viceversa: se mi mantengo in questo stesso stato di attenzione, l'oggetto su cui mi esercito si trasfigurerà in un supporto su cui applicare la mia benevolenza. Lo vediamo anche durante la pratica meditativa: attenzione al respiro, al camminare, alle sensazioni, ... produce un nuovo sguardo d'amore verso quei semplici oggetti, quei gesti usuali, di cui scopro la segreta bellezza.
Anche lo sguardo si trasfigura: degli occhi che trasmettono solo concentrazione possono gelare, allontanare; così come degli occhi che trasmettono unicamente compassione, possono risultare fastidiosi, paradossalmente offensivi. Ma uno sguardo insieme attento e benevolente...
Ma c'è un altro insegnamento che traspare da questa storia. Quand'è che il nostro giovane riesce a realizzare un alto stato di concentrazione? Quando è sotto il pericolo della morte. Per questo molte volte viene sottolineato il grande insegnamento della morte per il praticante: vivere come se fosse l'ultimo momento conduce a uno stato intenso di attenzione al sé. Parlare, agire, pensare come se stessimo pronunciando la nostra ultima parola, come se stessimo compiendo la nostra ultima azione, come se stessimo formulando il nostro ultimo pensiero: in questo modo come è possibile produrre nuovi errori, nuova sofferenza? Tutto diventa estremamente esatto, perfetto, confacente al momento presente.