"Meditando si lavora con il materiale della propria vulnerabilità" (Pablo d'Ors)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

home

presentazione

meditare

le lezioni

buddhismo

zen

tantra

gli esercizi

testi

poesie

bibliografia

insegnante

dizionario zen

stampa

cerca nel sito

email

seminari

newsletter


 


 

"Meditando si lavora con il materiale della propria vulnerabilità" (Pablo d'Ors)


Abbiamo ancora letto qualcosa tratto da Biografia del silenzio di Pablo d'Ors:

"La meditazione insegna [...] che quando non si ha nulla, si danno più opportunità all'essere. È nel nulla che l'essere brilla in tutto il suo splendore. [...] Quel che ascolto nella meditazione è: «Fermati! Guarda!». [...]
Quanto più osserviamo noi stessi, più si sgretolano le nostre convinzioni su di noi e meno sappiamo chi siamo. Ci si deve mantenere in tale ignoranza, sopportarla, diventarne amici, accettare che siamo perduti e che abbiamo vagato alla cieca. [...]
Risvegliarsi è scoprire che siamo in una prigione. Ma risvegliarsi è anche scoprire che quel carcere non ha sbarre e che, a rigore, non è propriamente una prigione. Allora cominciamo a chiederci: perché ho vissuto rinchiuso in un carcere che non è tale? E andiamo alla porta. E usciamo. Fare meditazione è il momento in cui usciamo. È scoprire che la porta non è mai stata chiusa, che sei tu ad averla chiusa a doppia mandata. [...]
Sicché smetti di guardare la porta che tu stesso hai creato [...]: alzati e renditi conto che lì non c'è mai stata nessuna porta. In buona misura possiamo fare quel che vogliamo e, se non lo facciamo, è precisamente perché non comprendiamo o non vogliamo intendere una cosa tanto elementare. [...]
Abbiamo creduto che i nostri problemi eravamo noi, per questo ci costa tanto disfarcene. Temiamo di perderci, ma dobbiamo perderci. Quando non ci afferriamo a niente, voliamo. [...]
Tu sei il principale ostacolo. Smetti di intralciarti da solo. Togli di mezzo tutto quel che puoi e, semplicemente, comincerai a scoprire il mondo. [...]
Da quando ho scoperto il potere della meditazione, ho cominciato a mostrare [...] la vulnerabilità [...] che io mi sono tanto sforzato di nascondere al mondo prima di iniziare a meditare. Questa pudica esposizione delle mie debolezze si è rivelata un modo molto efficace per far fronte al culto della mia immagine in cui avevo vissuto fino ad allora. Parlare della propria vulnerabilità, renderla manifesta, è l'unico mezzo per consentire agli altri di conoscerci davvero e, di conseguenza, poterci amare.
In un modo o in un altro, meditando si lavora con il materiale della propria vulnerabilità. [...] Nella meditazione non c'è [...] uno spostamento significativo da un luogo a un altro; c'è piuttosto l'insediarsi in un non luogo. [...]
La via è osservare la mente. Perché? Perché mentre si osserva, la mente non pensa. Sicché irrobustire l'osservatore è il modo per liquidare la tirannia della mente, che è quella che marca la distanza tra il mondo e me. [...]
Per la via dello svuotamento a cui conduce la pura osservazione [...] si va approdando all'unione con il proprio essere [...].
Quanto più osservi, più accetti" (pp. 46-57).

Tutte parole molto comprensibili. Non c'è bisogno di commenti. Vorrei solo tornare a questo rapporto di cui dice d'Ors tra meditazione e vulnerabilità, che è così importante. La meditazione, se è una via di semplicità, se è una via di crollo delle barriere e delle difese, è anche un fare vuoto delle maschere. E quando prendiamo sul serio questo discorso delle maschere - e non come una vuota retorica - esso non può che farci incontrare con la nostra vulnerabilità, di cui abbiamo così tanto paura: di sentirla e di mostrarla agli altri. Eppure, se siamo seri, è così, lo vediamo: siamo esseri esposti alla vita, e in questo vulnerabili. La nostra realtà è fatta anche di fragilità, di debolezza e la via della semplicità, che è un mollare la presa rispetto al nostro continuo stare con la guardia alzata, ce lo fa riconoscere bene. Ma questa fragilità è anche la nostra preziosità. E questa debolezza è ciò che ci rende estremamente amabili. Soprattutto ci rende veri, autentici. Ci accorgiamo che in realtà non aspettavamo altro e non volevamo altro da chi ci è prossimo. Abbandonarsi alla debolezza è pratica veramente rara ed aristocratica.