"Che devo fare quando i miei pensieri mi turbano?" (dai Detti e fatti dei Padri del deserto)
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"Che devo fare quando i miei pensieri mi turbano?" (dai Detti e fatti dei Padri del deserto)


Continuiamo a leggere qualche brano tratto dai Detti e fatti dei Padri del deserto:

"Un anziano ha detto: «L'oblio è la radice di tutti i mali».
[...]
Un fratello domandò a un anziano: «Che devo fare quando i miei pensieri mi turbano?». Egli rispose: «Dì loro: 'Ciò mi riguarda? Che ho da fare con voi?'. E avrai il riposo. Non contarti per niente, butta la tua volontà dietro te, sii senza alcuna preoccupazione, e i pensieri fuggiranno lontano da te».
[...]
Un fratello interrogò un anziano: «Abba, io interpello gli anziani ed essi mi parlano della salvezza della mia anima, ma io non ritengo nulla di quel che mi dicono. A che pro interrogarli, non ne ricavo nessun profitto: sono completamente corrotto!». Ora, vi erano là due vasi vuoti. L'anziano disse al fratello: «Va' a prendere uno di quei due vasi, riempilo d'olio, bruciavi dentro della stoppa, poi vuota via l'olio e rimettilo al suo posto». Il che fu fatto. «Daccapo», disse l'anziano. E dopo che il discepolo l'ebbe fatto parecchie volte, gli disse: «Ora porta qui tutti e due i vasi e vedi quale dei due sia più pulito». «Quello dove ho messo l'olio», disse il fratello. «Così è della tua anima con le domande che poni agli anziani», continuò il vecchio; «benché non trattenga nulla di ciò che ode, tuttavia si purifica lentamente, più dell'anima che non interroga»".

Qualche parola soprattutto sulla seconda sentenza.
Ci sono diversi aspetti veramente attinenti alla pratica. Il pensiero che turba: turba in un duplice senso. Il pensiero è movimento e genera movimento; inoltre il pensiero è ciò che può produrre appunto turbamento, cioè afflizione. Ciò è prodotto naturalmente da una errata identificazione tra mente e pensiero, anzi meglio: tra realtà e elaborazione mentale. La realtà invece è quell'evidenza, eppur misteriosa, al di là di qualsiasi concetto, di qualsiasi giudizio e riflessione. Per questo misteriosa. La realtà è semplicemente la realtà: è quello che è. Disidentificarsi non è rifiutare, non è rigettare: non c'è contrapposizione. È invece trovare riposo nel riconoscere la differenza tra realtà e realtà pensata. Riconoscere: vedere, sperimentare, sentire. È la differenza tra ciò che c'è e ciò che mi dico su ciò che c'è. Ciò che c'è deve rimanere ciò che è; la mia elaborazione non fa altro che modificare, coprire, distorcere il vero.
È darsi troppa importanza ("Non contarti per niente"). Il senso del peccato d'orgoglio sta, prima ancora che nel ritenersi migliori o diversi da altri, nel pensarsi in un modo piuttosto che in un altro. Pensarsi, elaborarsi, dialogare interiormente con se stessi, produce continuamente ulteriore ego. E l'ego separa dalla incommensurabile realtà. Pensare la realtà è distanziarsi da essa, costituendosi a soggetto giudicante. Invece: riconoscendo e accogliendo la realtà, i pensieri sono condotti alla loro quiete. Senza opporsi ad essi. Questo è molto importante.
Sulla terza sentenza. Da accostare alla lettura di certi testi. Anche quelli che leggiamo qui. Non è importante comprenderli interamente, concordare, non essere allineati ad essi, ... È un lavoro più sottile il loro. È tutto lento, silenzioso e sotterraneo: come in tutta la pratica.

Nella lezione del mercoledì abbiamo continuato a leggere dal libro di Charlotte Joko Beck, Niente di speciale. Vivere lo zen (clicca qui).