"Che il tuo pensiero vada dove vuole" (dai Detti e fatti dei Padri del deserto)
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"Che il tuo pensiero vada dove vuole" (dai Detti e fatti dei Padri del deserto)


Questa settimana, nella lezione del lunedì, abbiamo iniziato a leggere qualche passo dai Detti e fatti dei Padri del deserto, una collezione di sentenze di asceti cristiani che, tra il III e il VI sec. d.C., vissero ritirati nei deserti di Scete e di Nitria, tra Palestina e Siria:

"L'abate Pastor disse: «Principio dei mali è la disattenzione».
[...]
L'abate Giuseppe domandò all'abate Pastor: «Dimmi, come si fa per diventar monaco?». L'anziano gli rispose: «Se vuoi trovare il riposo in questo mondo e nell'altro, in ogni occasione poni a te stesso questa domanda: 'Chi sono io?'. E non giudicare nessuno».
[...]
L'abate Pastor diceva: «Quali che siano le tue pene, la vittoria su di esse sta nel silenzio».
[...]
Disse un anziano: «Compito del monaco è veder giungere fin da lontano i propri pensieri».
[...]
Un fratello, perseguitato dal pensiero di lasciare il monastero, se ne aperse con il suo abate. Questi rispose: «Rimani in cella, da' il tuo corpo in pegno ai quattro muri della tua cella. Non preoccuparti di quel pensiero. Che il tuo pensiero vada dove vuole, ma che il tuo corpo non esca dalla cella»".

Alcune parole di commento.
Riguardo alla prima sentenza: la disattenzione è svista, cioè non vedere, è la distorsione della realtà, la non adesione al vero. È sinonimo allora di errore. La disattenzione non conosce il rispetto, è mancante di riguardo, di gentilezza. È sempre inconsapevole, incosciente, sgraziata. È essenzialmente uno stato di ignoranza, lo svagare della mente.
Sulla seconda sentenza. C'è un'evidente vicinanza con la pratica meditativa suggerita da Ramana Maharshi. La continua domanda 'Chi sono io?' fa sì che l'ego (che si pone questa domanda) sprofondi in se stesso, svuotandosi nel Sé. È quindi una domanda per nulla intellettuale: è un cortocircuito.
Sul terzo detto: è un fine insegnamento psicologico. L'idea secondo la quale vi sarebbe un rapporto tra il condividere le proprie pene personali con altri e l'esserne così sollevati è ribaltata. In realtà uno stato mentale ed emotivo esternato in qualsiasi senso, viene così autoalimentato. La sofferenza ha bisogno di vuoto, di silenzio, per sciogliersi.
Sull'ultima sentenza. C'è un'analogia con la pratica meditativa. La postura a sedere insegna di per sé, aggiusta, allinea, ricompone. Un certo esercizio può non riuscire; si può essere momentaneamente sconcentrati, stanchi. Allora il mantenere la posizione condurrà naturalmente la mente a un alleggerimento, a un assestamento profondo. Senza alcuna pretesa, senza sforzo, senza ricerca. Poi, finalmente, il momento dell'esercizio potrà avere inizio.
 

Nella lezione del mercoledì abbiamo continuato a leggere dal libro di Charlotte Joko Beck, Niente di speciale. Vivere lo zen (clicca qui).