Da dentro a fuori
la meditazione come via
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Da dentro a fuori

Ricordiamoci sempre il motivo per cui noi non meditiamo. La cosa fondamentale è non credere di essere qui a meditare per crearci la nostra bella gabbia dorata, il nostro bel momento all'interno della settimana nel quale giochiamo a fare gli 'spirituali'. Essenziale è cioè capire che non meditatiamo per fuggire dal mondo. Magari qualcuno lo fa, forse qualcuno anche qui lo pensava: ecco, le cose invece non stanno così.
Il lavoro della meditazione, un lavoro su di sè, deve avere come sua naturale conclusione un riverberarsi all'esterno: nella vita quotidiana, nel rapporto con gli altri, nel nostro scontrarci con i problemi di tutti i giorni, nella morale. Anche la meditazione può farci cadere tutti in una grande illusione: di essere tanto bravi, tanto evoluti, tanto avanti nel nostro percorso. Ma lo sappiamo: qui è tutto facile; è fuori la nostra vera occasione di comprendere a che punto siamo. La meditazione, in senso tecnico, la facciamo qui e ognuno di noi a casa propria, quando e quanto vuole. Ma essa poi si estende anche dopo la lezione: deve essere così. Altrimenti la nostra meditazione diventa semplicemente un piccolo gioco, un momento di svago, un'ora di relax: certo interessante, piacevole, ma nulla più!

Leggiamo la bella preghiera al dio Pan, che è a conclusione del Fedro di Platone:

"O caro Pan e voi altri dèi che siete in questo luogo,
concedetemi di diventare bello di dentro,
e che tutte le cose che ho di fuori siano in accordo
con quelle che ho dentro.
Che io possa considerare ricco il sapiente
e che io possa avere una quantità di oro
quale nessun altro potrebbe né prendersi né portar via,
se non il temperante".

Ecco, noi cerchiamo di coltivare questo oro (la sapienza: una sapienza di sè, non meramente intellettualistica), quanto solo attraverso la temperanza si può ottenere. La temperanza, una virtù spesso dimenticata, è uno degli esiti e insieme delle basi su cui si fonda la meditazione. Temperanza: cioè retto modo di intendere e di relazionarci con ciò che ci aggrada e con ciò che è motivo per noi di dispiacere. Temperanza quindi come benevolenza: un equilibrato atteggiamento verso se stessi e gli altri, attraverso un guardare non più egocentrico e bramoso. Non più "io voglio", "io desidero", "io preferisco"; non più la morsa dell'io-mio, ma l'accesso al vuoto che tutto comprende, in un atteggiamento di accettazione e non attaccamento.