"Dove potreste appoggiare la scala?" (dal Denkoroku)
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"Dove potreste appoggiare la scala?" (dal Denkoroku)


"Fondamentalmente non vi sono barriere nel vuoto: dove potreste appoggiare la scala? Sin dai tempi antichi, coloro che interpretano questo punto letteralmente sono caduti nell'opinione che tutte le cose sono nulla e si sono formati la comprensione che tutte le cose sono annientate. Qingyuan disse di non praticare neppure le sante verità: come avrebbe potuto indugiare nella vacuità delle cose?"

Non ci sono fasi, non ci sono livelli, non c'è una gradualità nella pratica. Lo stato di vuoto fa piazza pulita di qualsiasi idea di stadi cui pervenire via via, da realizzare uno dopo l'altro, fino all'ottenimento della meta finale. Non c’è una via al nirvana: la via stessa è il nirvana. Soprattutto la meditazione non da alcun appiglio. È la liberazione da ogni sostegno, da ogni appoggio, è il fare pulizia di qualsivoglia supporto, aiuto. È tutto tranne che qualcosa di consolante, di rassicurante: appena vi cerchi conforto, ne fai una terapia di ispessimento dell’ego, dando altra linfa al suo condensamento. Hai paura e ti butti a capofitto nella meditazione. L’ego, nello stato di paura, risponde sempre con un atteggiamento di ricerca; oppure con un atteggiamento di chiusura, di rancore, di risentimento. Ma nel vuoto non c’è luogo dove appoggiare la scala. Ci vuole coraggio nella meditazione: non è retorica. È terribilmente vero. Necessita chiarezza, schiettezza, non-arroganza.

Non-arroganza è anche riconoscimento della realtà. Rifugiarsi in un fantasioso nulla rivela manifestamente un malanimo e uno sdegno fuori luogo, inappropriati, segno di un dualismo roccioso. Ritenere il vuoto coincidente con il nulla è cadere nell’opinione, è farne una filosofia. È trasformare il vuoto in un totem metafisico. È non riconoscere la datità della realtà, il suo essere quello che è, nel qui e ora. Il livore cerca l’annientamento, il nulla; l’apertura benevolente accoglie l’essere nella sua autenticità. Le cose sono cose: sbaragliano il tuo tentativo angosciato di annullarle in un nulla mistico; premono, si presentificano, sporgono.

Poi la mente è subito pronta a farti ricadere. C’è quella storia del diavolo che passeggia con un amico in riva al mare; si china, prende qualcosa in mano e se la mette in tasca. L’amico gli chiede: “Cos’era?”, e il diavolo: “Un pezzo di verità”. “Ah, un bel problema per te”, dice l’amico. E il diavolo: “Niente affatto, anzi. Qualcuno, prima o poi, ne farà un sistema”. Ecco: fare di tutto questo una filosofia, concludere in estrema fretta riguardo alla vacuità del tutto, fissandola quindi al centro del nostro pensiero, è vivere con il filtro della mente, è consultare continuamente il manuale delle istruzioni, con la mannaia che distingue giusto e sbagliato.

Invece Qingyuan non praticava nemmeno le quattro sante verità, che sono i pilastri della dottrina buddhista. Che vuol dire? La libertà dalle sante verità è la libertà dalla continua preoccupazione, dall’agitarsi costante volto alla ricerca della soluzione e nell’impegno a realizzarla: ciò svia. Indugiare in una presunta verità metafisica aggiunge un ulteriore filtro distorcente tra me e la realtà. Quando questa ennesima, sottile preoccupazione viene lasciata andare, rimango io e la realtà. Mi accosto ad essa in modo libero, spoglio. Ho lasciato finalmente la presa, non è rimasto nulla. Non ho più alcun appiglio: sono completamente abbandonato in tutto. Ciò che prima era il mio incubo, diviene la mia benedizione. Mi immergo nella realtà stessa. Prima: “io e la realtà”. Ora: “la realtà”. La realtà nel suo flusso, nella sua dinamicità, la realtà viva. La realtà che non rimane mai se stessa, che non ha alcun centro stabile, nessun sé immutabile. La realtà senza sé, completamente impermanente. Dalla realtà al vuoto.