"Se ti applichi a qualcosa, non è virtù" (dal Denkoroku)
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"Se ti applichi a qualcosa, non è virtù" (dal Denkoroku)


«Sinha chiese al maestro buddhista Haklena: "Voglio cercare l'illuminazione. In che modo devo applicare la mente?". Haklena disse: "Se cerchi l'illuminazione, non c'è modo di applicarvi la mente". Sinha disse: "Se non c'è modo di applicare la mente, chi fa il lavoro dei Buddha?". Haklena disse: "Se ti applichi a qualcosa, non è virtù. Se non ricorri a nessun artificio, è il lavoro dei Buddha. Dice una scrittura: 'Le virtù che pratico non sono mie'"».

Naturalmente cercare l'illuminazione pone subito sulla strada sbagliata. E questo lo si sa. Ma quanto? Quando Sinha chiede in che modo deve applicare la mente, è altrettanto ovvio che egli non stia cogliendo il punto. Ne possiamo convenire. Ma dobbiamo anche chiederci: e noi? Non siamo qui ad applicare la nostra mente seguendo certe istruzioni, imparando un certo modo di meditare, ecc.? Non ci poniamo allora anche noi in un'ottica di ricerca di qualcosa? Perché è inutile dire che ricerca e applicazione della mente vanno di pari passo: cerco qualcosa e allora pongo la mia mente in un certo modo; oppure: applico la mia mente e voglio così arrivare a ottenere un certo risultato.
Questo produce non solo una mente occupata (occupata nell'eseguire una certa procedura), ma anche preoccupata: preoccupata di non fallire, desiderosa di ottenere il suo successo. Avversione e desiderio asserviscono la mente, ostruendo così la visione della realtà: relegandola cioè nell'illusione. La mente quindi non va applicata ad alcunché: applicarla significa farla uscire da sé, vuol dire allontanarla dal suo silenzioso stato naturale. Ciò che la svia dalla sua naturalezza è perciò stesso un artificio. Invece: "Nessun artificio"! Questo è il lavoro dei Buddha. Finché sederemo dicendo a noi stessi che ci stiamo mettendo a meditare, saremo fuori strada. Non c'è nessuno che inizia e termina la meditazione: non si tratta di un'attività, di uno sport, di un compito. È meditazione e basta. Non tu e la meditazione. Solo meditazione. Non c'è nessuno allora che si applichi nella meditazione; finché ti applichi, "non è virtù". Finché lo fai con una mentalità da mercante, da commerciante, allora ti accaparri la meditazione, la ritieni qualcosa di tua proprietà, da fare in un certo contesto, per un preciso motivo, cercando il tuo tornaconto personale. Ti siedi e cominci a scalare la tua montagna mentale: una pratica che produce solo ulteriore sofferenza.
Invece, se uno si siede e basta. Se uno entra nella meditazione con semplicità, con naturalezza, senza nessuna pretesa di fare o di ottenere. Se uno si siede e non dice a se stesso: "Ora mi siedo, ora inizio la meditazione"; cioè se uno non si giudica, facendo quello che ha da fare e basta. Se uno meditasse come se non stesse meditando, se facesse non facendo, se si applicasse senza applicarsi, se lasciasse la sua mente nel suo centro, nel suo silenzio, nel suo essere naturalmente, disponibilmente vuota e priva di appigli, sotterfugi, artifizi. Se così permanesse, quello sarebbe lo stato naturale. Quella è meditazione. Non mia, non tua. È quello che è e basta. Tu dove sei? "Le virtù che pratico non sono mie". Meditare senza pensare che stai meditando, dato che non c'è nessun io: questa è la via appropriata. Non c'è nessun luogo a cui applicare la mente: la meditazione fa piazza pulita del meccanismo stesso della ricerca, proprio della mente. Fa piazza pulita dell'idea di una persona normale che deve arrivare ad essere un buddha vivente, va al di là delle dicotomie, dei dualismi, delle ragionevoli valutazioni riguardanti la differenza tra mente ordinaria e mente illuminata. La meditazione non aggiunge nulla, è l'arte di lasciare essere ciò che è. I versi conclusivi di questo capitolo sono: "Se volete rivelare il vuoto, non copritelo; / Completamente vuoto, puro e in pace, è originariamente chiaro".