"Non cerco la Via, eppure non sono confuso" (dal Denkoroku)

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"Non cerco la Via, eppure non sono confuso" (dal Denkoroku)


«Jayata disse: "Non cerco la Via, eppure non sono confuso. Non rendo omaggio al Buddha, eppure non lo trascuro. Non siedo per lunghi periodi, eppure non sono pigro. Non limito i miei pasti, eppure non mangio indiscriminatamente. Non sono soddisfatto, eppure non sono avido. La mente che non ricerca niente: questa è chiamata la Via".
Quando Vasubandhu udì ciò, trovò la conoscenza incontaminata».

Non c’è possibilità di intraprendere alcun percorso, non c’è percorso. Non c’è un suo inizio e una sua meta. Non c’è problema e non c’è soluzione. Soprattutto non c’è nessun metodo da seguire. Questo era l’errore di Vasubandhu. Sempre nello stesso capitolo di questo testo si dice che Vasubandhu era a capo di un gruppo di praticanti ed eccelleva nell’ascesi: un pasto al giorno, nessun momento dedicato al riposo nella notte, innumerevoli riti di onore al Buddha durante la giornata. Un vero e proprio atleta della disciplina, un ideale da seguire, un puro.
Cosa c’è dietro a questo atteggiamento? La ricerca: la ricerca di un modello, l’inseguimento di un’idea di perfezione e il lavoro atto a perseguirla. È troppo appesantito Vasubandhu, ha una scrupolosità troppo simile alla diligenza del primo della classe. Cerca la perfezione, e questo è il suo primo errore; la cerca con i muscoli tesi, e questo è il suo secondo errore. Il testo dice che se tiri troppo la corda, si spezza. Dimorare in uno stato di pace è qualcos’altro. Volere ottenere la Buddhità, volere realizzare la Via, fa cadere fuori centro. Nessuna liberazione per chi cerca la liberazione, nessuna realizzazione per chi desidera la soluzione. È sempre applicazione dell’avidità, anche se su un altro piano, anche se apparentemente a un altro livello. L’ego si è impossessato anche dei nostri giochini spirituali e si alletta in essi, si crogiola, si turba, si allena: è sempre nuovo carburante per l’egocentrismo.
Vedere da una parte l’illusione e dall’altra il termine dell’illusione: è questo che turba. Ma se non c’è nessun illuso, non c’è nessuna disciplina cui sottomettersi, nessuna dottrina da fare propria. Illusione e illuminazione, ignoranza e verità: sono solo parole per il popolo. La mente naturale non vede fratture, non divide in verità o falsità: c’è solo la realtà. Riesce in questo perché non cerca, ma guarda: “La mente che non ricerca niente: questa è chiamata la Via”. La Via è la via non cercata, non intrapresa. È il Sé e il suo stare, il suo stare nella realtà, il suo sentirla. Nessuna ricerca, nessuna uscita fuori da sé. Se domandi, cerchi quindi la risposta: ecco la fregatura. Se ti lamenti, ti frammenti, crei un dualismo tra te e ciò che ritieni per te: ancora la fregatura. Se ti ribelli, entri da solo nel tuo carcere mentale: di nuovo la fregatura.
Non c’è assolutamente nessuna scelta, nessuna possibilità di fuga. E quando realizzi totalmente che non hai alcuna possibilità, ecco che si apre qualcosa. Non è un’idea, una dottrina, un sistema; non è una regola, non è un fare o un non fare. È qualcosa d’altro. C’è questo qualcosa da realizzare: dalla nascita alla morte è sempre lì, è “semplicemente questo”. È quel qualcosa per cui il problema non sta nel rifiutare o nell’afferrare. C’è un’altra facoltà: è quella la cosa importante. Ma appena ti metti a cercarla, ricadi nell’errore. C’è un nuovo modo: un modo che non è un modo. Non è un modo perché non è un faccio così o colà. È invece un accorgersi, un realizzare, un guardare. È un accoglimento, non il risultato di uno sforzo. È una grazia, non un virtuosismo.

 

 

 

 

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