"Non guardate dentro, non cercate fuori" (Dal Denkoroku)
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"Non guardate dentro, non cercate fuori" (Dal Denkoroku)


"Non guardate dentro, non cercate fuori. Non tentate di calmare i pensieri o mettere il corpo a riposo. Semplicemente, comprendete in profondità. Comprendendo in profondità, troncate tutto quanto, sedete per qualche tempo e vedete. Benché possiate dire che non c'è nessun luogo nei quattro quartieri in cui fare un passo e non c'è luogo al mondo in cui collocare il corpo, in senso ultimo non dovete dipendere dal potere di un altro".

Guardare dentro è un altro modo di cercare, ma è sempre cercare. Capisco che il fuori non mi dà nulla, capisco che devo entrare in me stesso e lì cercare la soluzione. E allora inizio questo mio viaggio alla scoperta di me, questa indagine della mia interiorità. Ma sono sempre nella solita posizione di cercatore a caccia di una risposta.
Non sono da superare i dualismi? E allora cosa ce ne facciamo di quello presente nella coppia fuori-dentro? Non si tratta di spostare la lente di ingrandimento da fuori a dentro. Il problema non è fuori, non è dentro. Il problema è credere alla sua esistenza, e quindi, in definitiva, è la lente stessa. Finché guardo in me stesso, con atteggiamento indagatorio, analitico, investigativo, con la ferma volontà propria di chi è alla scoperta, al ritrovamento di qualcosa, non ho ancora fatto piazza pulita del problema dualistico per antonomasia: la separazione tra me e la realtà, tra me e la verità, tra lo stato attuale e lo stato di realizzazione. Voler applicare una certa tecnica, voler modificare la mia mente, volere trasformare la mia persona è intendere la pratica e la meditazione come qualcosa di strumentale, come delle stampelle per il mio povero spirito, come dei medicamenti. La stessa idea di voler fare qualcosa con i miei pensieri e con il mio corpo è malata di per sé.
La Via è anzi opposta: non devo fare, non devo tentare, non devo cambiare. C'è solo la semplicità e in questa condizione, la comprensione. Se con semplicità comprendo, allora tutto cade. E se tutto cade, non c'è più ostruzione: riesco a vedere. Non vedere dentro, non vedere fuori. Vedere. Basta. Non c'è alcun dentro o fuori, perché sono "in profondità". In profondità vuol dire che sono dentro e fuori continuamente, contemporaneamente: non c'è nessuna differenza, è tutto lì, presente, particolare e universale, limitato e infinito. Nella comprensione in profondità cadono tutte le necessità di essere o non essere in un certo modo, tutte le richieste di cambiamento. Il cambiamento stesso è rivelato come del tutto inopportuno, inadeguato, inutile, illusorio. Nella comprensione in profondità avviene la smessa definitiva di ogni tentativo, di ogni indagine, di ogni cerca. Perché sorge il vedere. Se vedo, non ho altro da cercare. Non c'è luogo in cui collocare il mio corpo, non c'è luogo in cui spostarmi: è tutto lì, tutto presente, fermo. Realizzo l'impossibilità di un'altra soluzione, l'inattuabilità della stessa idea di 'soluzione'. È un vedere: un vedere! Non è un capire mentalmente, non è un considerare intellettualmente. Non è quindi delusione, abbattimento, sfiducia (oddio, non posso farci nulla, ...). È invece l'immersione in ciò che é, nella realtà viva e attuale.
Prima volevo cambiare, ma se ora vedo, cosa dovrò mai sentire come manchevole, da modificare, da togliere, da trasformare? Vedo la mia perfezione, il mio stato di affidamento a me stesso, nella mia interezza. Non sono manchevole di alcunché, ho tutto. Non è un tutto fatto di pensieri, di cose, di certezze, di verità: anzi, in questo senso, sono vuoto, non ho nulla. Non ho nulla da dire, nulla di rivelare, nessun segreto. È un tutto che è presente nel mio vedere, nel mio guardare alle cose, a me stesso, alle persone. È un tutto che non è più frammentato, non è più in una condizione prostrata di difetto: è un tutto - quindi - che non è in ricerca, che in realtà non lo è mai stato. Ora lo realizzo, lo vedo, è così semplice, così vicino, così immediato.
Il resto è dipendere, è essere sotto il giogo del potere altrui, che spesso è introiettato in me, attraverso l'educazione, la società, ecc. (devo essere così, devo fare questo, e così via).