"Vuota, priva di oggetti. [...]
Nel momento critico volgi interiormente la luce,
Potentemente illuminante.
Si disperdono le nubi, il cielo è chiaro,
Il sole brilla luminoso. [...]
Ciò che ha caratteristiche proprie
Non è la realtà originaria.
Se puoi vedere un pensiero non appena sorge,
La consapevolezza lo distruggerà all'istante.
Qualunque stato mentale si presenti,
Abbandonalo, spazzalo via".
Qui Han Shan dà indicazioni molto pratiche, oltre alla descrizione della mente
nello stato intenso di meditazione.
La mente meditante, in profondo assorbimento, ovviamente è vuota, i pensieri non
deturpano la sua perfetta luminosità, la sua incomparabile quiete. Questo stato
è dovuto a un osservare raffinato e approfondito.
Eppure anche l'osservare è pur qualcosa. E infatti negli alti gradi a cui arriva
la pratica meditativa, anche l'osservazione viene abbandonata, viene cioè a
mancare quel tipo di attenzione cosciente, che è lo strumento di indagine della
nostra meccanica psico-fisica. Si è completamente immersi in uno stato di
silenzio, di vuoto. Vi è certamente consapevolezza, anzi: una consapevolezza con
la c maiuscola, ma non si tratta più di un'operazione della volontà, non
abbiamo a che fare con uno sforzo da parte di chicchessia. Non è più
consapevolezza di questo o di quello, bensì una consapevolezza a
trecentosessanta gradi, silente, impercettibile, che non fa pesare la sua
presenza, ma anzi apre a una spaziosità liberante, pacificante, azzerante e
rigenerante.
Questo stato ci mantiene in una condizione di vigilanza allorché la mente venga
distolta dal suo silenzio. E allora, "nel momento critico" si riattiva
l'attenzione, che emerge dalla condizione immanifesta della consapevolezza,
indirizzandosi verso l'oggetto emerso dal calmo oceano della mente naturale.
Questa arte dell'abbandono è semplicemente un'arte dell'osservazione e non del
rifiuto, della contrapposizione. Contrapposizione e rifiuto vanno a braccetto
con fatica, forza, sforzo, violenza, astio, odio, avversione, ... Qui invece c'è
solo consapevolezza e rilassamento. Soprattutto non c'è spazio per il giudizio:
va bene, non va bene, va fatto così, o colà, che pensiero antipatico, che
pensiero alto, ...
Rilassamento qui lo intendiamo non come una sorta di idromassaggio per lo
spirito. La questione non è: ah, ci rilassiamo, come stiamo bene! Meditiamo,
così siamo tutti belli rilassati! Il fatto è invece che rilassarsi significa
uscire dalla dicotomia mentale. Ci si rilassa davanti ai pensieri negativi, ma
anche a quelli positivi. Rilassarsi vuol dire lasciare la presa. Si presenta
alla mente qualcosa? Non importa proprio nulla che questa cosa sia bella o
brutta, alta o bassa. È comunque qualcosa: osservala e - così - lasciala andare:
"La consapevolezza lo distruggerà all'istante".
Rilassarsi è non praticare a denti stretti, con il cronometro in mano: è
abbandonarsi, darsi un tempo infinito, è non rincorrere alcun particolare
traguardo. Nemmeno quello di eliminare i pensieri dalla mente. Chiaro? Devo
essere asciutto nella pratica, senza abbandonarmi a fantasticherie, a sogni, ad
aspettative, a progetti, a praticare in un certo modo piuttosto che un altro,
.... Lucido, disponibile, consapevole, aperto, non giudicante. Un pensiero?
Osservo. Un altro? Osservo. Non: osservo e mi spiaccio, osservo e mi annoio,
osservo e dico a me stesso che non ce la farò mai. Non c'è proprio nulla per cui
ce la farò o non ce la farò. Cosa c'è da raggiungere?
È già tutto lì, in quel grande potere che ha il tuo osservare di immergerti in
questo stato di vuoto, di silenzio, di quiete, di naturalezza, di pulizia, di
calma, di libertà, di autenticità.