Alcuni versi tratti da questa poesia di Han Shan, del XVI
secolo:
"Contempla la mente come priva di forma
E tuttavia luminosa e pura.
Senza il sorgere d'un solo pensiero,
Vuota, ma percettiva; quieta, ma illuminante;
Perfetta come il Grande Vuoto,
Piena di meraviglia.
Senza uscire né entrare,
Senza apparenze o caratteristiche,
Innumerevoli mezzi idonei
Sorgono dall'unica mente".
La mente naturale è priva di forma, è
ferma e insieme estremamente dinamica. Non la cogli, non la afferri, non la blocchi
in uno schema, in un algoritmo, in una formula psicologica, in una descrizione
neurologica. Non c'è, è vuota, è assente, è solo spazio. Per questo non produce
e non vive contrasti, non è succube di tensioni irrisolte: non ha barriere, non ha diktat, non ha
regole cui attenersi, la sua natura è quella di essere trapassata; è veramente libera, e dunque non ha motivo di rattristarsi di questo o di quello.
È evidente il legame tra libertà e non tristezza: la libertà è lo stato di
non-vincolamento e la tristezza è sempre una condizione di chiusura, di blocco
emotivo, un nodo che reprime il libero fluire.
La mente in meditazione è in silenzio, ma non chiusa. Essa è insieme ritirata e
non ritirata: ritirata perché non è dispersa, anzi è ben centrata, è presente a
se stessa; ma anche non ritirata, nel senso che non è in uno stato di
scollamento rispetto alla realtà, bensì è letteralmente data alla realtà stessa,
letteralmente esposta ad essa. È vuota e piena: vuota dell'illusione,
dell'irrealtà, dei filtri, piena di ciò che è, della realtà. Un fenomeno (un
pensiero, un suono, un respiro, ...) e la mente attenta è lì. Anzi, all'inverso:
la mente è lì. in questo stato di apertura, di disarmata disponibilità, e il
fenomeno sorge in essa. Al ché, la meraviglia: perché in un oceano di silenzio,
ciò che la mente riceve non può che destare meraviglia, quasi un impassibile
sbigottimento. È come sentire un sassolino che sbatte contro un bambù (tuc!)
all'interno di un tempo prolungato di estremo silenzio: che potenza! che
pulizia!
In questo non fare niente, in questo stato di apertura e di centratura su di sé
(che è tanto più su di sé, quanto più lo è sulla realtà), emergono mezzi idonei.
Con 'mezzi idonei' (upaya) nel buddhismo si indicano quei mezzi didattici utili
per la liberazione, come può essere la compassione. Ciò che in un'altra ottica è
qualcosa di acquisibile attraverso un lavoro a denti stretti, qui è il prodotto
naturale di una pratica di osservazione. L'acquietamento della mente è anche
acquietamento dei vizi ed emersione di quei già presenti mezzi idonei. Ma nulla
cambia, nulla si trasforma, non c'è nessun passaggio da uno stato all'altro: "Senza uscire né entrare,
/ Senza apparenze o caratteristiche". La mente permane nella sua stabilità e
vuotezza, nessuno esce, nessuno entra, nessuna nuova caratteristica ha luogo.
Non c'è nulla e quindi il perfetto emerge naturalmente.
La lampadina non decide di non tenersi per sé la sua luce, ma naturalmente essa si
diffonde nella stanza. Quale opzione morale? quale sforzo di trasformazione del
carattere? quale cambiamento di sé? quale sé?