La purezza (2) e la mitezza (André Comte-Sponville)
La purezza (2) e la mitezza (André Comte-Sponville)
Ancora qualche brano dal capitolo sulla purezza e altri dal capitolo sulla
mitezza, sempre tratti dal libro di André Comte-Sponville Piccolo trattato delle grandi virtù:
"«L'estrema purezza», scrive Simone Weil, «può contemplare il
puro e l'impuro; l'impurità, né l'uno né l'altro [...]». Quanto al puro, non ha
paura di nulla: sa che «niente è impuro in sé» o (ma è lo stesso) che «tutto è
puro per i puri». È in questo che, come diceva ancora Simone Weil, «la purezza è
il potere di contemplare il sozzume». Significa dissolverlo (giacché niente è
impuro in sé) nella purezza dello sguardo: gli amanti fanno l'amore in piena
luce, e l'oscurità stessa è un sole.
«La beatitudine», diceva Spinoza, «non è il premio della virtù, ma la virtù
stessa; e noi non ne godiamo perché reprimiamo le nostre voglie; ma, viceversa,
perché ne godiamo, possiamo reprimere le nostre voglie». È l'ultima frase dell'Etica.
[...]
La mitezza è una virtù femminile. [...]
Ciò che ha di femminile, o che tale sembra, è un coraggio senza violenza, una
forza senza durezza, un amore senza collera. [...] La mitezza è anzitutto una
pace, reale o desiderata: è il contrario della guerra, della crudeltà, della
brutalità, dell'aggressività, della violenza... [...] «C'è differenza fra
'temprato' e 'indurito'», osservava Etty Hillesum nel 1942. La mitezza è ciò che
fa la distinzione. È l'amore in stato di pace [...]. L'aggressività è una
debolezza, la collera è una debolezza, la violenza stessa, quando non è più
dominata, è una debolezza. E che cosa può dominare la violenza, la collera,
l'aggressività, se non la mitezza? La mitezza è una forza, ecco perché è una
virtù: è forza in stato di quiete, forza gradevole e mite, piena di pazienza e
di mansuetudine. [...] La mitezza è ciò che più somiglia all'amore, sì, più
ancora della generosità, più ancora della compassione. [...] La compassione
soffre della sofferenza altrui; la mitezza rifiuta di produrla o di accrescerla.
La generosità vuole fare del bene all'altro; la mitezza rifiuta di fargli del
male. [...] Quante generosità importune, [...] quante buone azioni invadenti,
opprimenti, brutali, che un po' di mitezza avrebbe reso più lievi e più amabili?
Senza contare che la mitezza rende generosi, perché non fare a un altro il bene
che chiede o che si potrebbe fare è fargli del male. E che essa va al di là
della compassione, giacché l'anticipa, giacché non ha bisogno di quel dolore del
dolore. [...]
La mitezza [...] è accoglienza, è rispetto, è apertura. Virtù passiva, virtù di
sottomissione, di accettazione? Può darsi, e per questo ancor più essenziale.
Quale saggezza senza passività? Quale amore senza passività? Quale azione,
anche, senza passività? Questo, che potrebbe sorprendere o turbare un
occidentale, è un'evidenza in Oriente. Forse perché l'Oriente è donna, come
suggerisce Lévi-Strauss, o perché crede meno ai valori della virilità. L'azione
non è attivismo, non è agitazione, non è impazienza. La passività, inversamente,
non è inazione o pigrizia. Lasciarsi portare dalla corrente, dice Prajnânpad,
nuotare con essa, in essa, anziché sfinirsi contro i flutti o lasciarsene
travolgere... La mitezza si sottomette al reale, alla vita, al divenire, al
press'a poco del quotidiano: virtù di docilità, di pazienza, di devozione, di
adattamento... Il contrario del «maschio presuntuoso e impaziente», come dice
Rilke, il contrario della rigidità, della precipitazione, della forza cocciuta o
tenace. [...]
La mitezza [...] è una sorta di bontà naturale e spontanea, la cui massima
dovrebbe essere [...] questa: «Fa' il tuo bene facendo il meno male possibile
agli altri»".