"Nobiltà del cazzeggiare" (Franco Cassano)
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"Nobiltà del cazzeggiare" (Franco Cassano)


Anche questa settimana abbiamo letto brani tratti da Modernizzare stanca del sociologo Franco Cassano:

Nobiltà del cazzeggiare
 
C’è la guerra e non l’avevamo capito. Solo che adesso la guerra si chiama concorrenza, quella tempesta per cui ogni dominio non è mai sicuro, ma ti può sempre essere sottratto da altri. Certo, quelli che ti fregano non sono persone qualunque: spesso sono i più bravi e i più dinamici, i più «innovativi» si direbbe oggi. In una scuola sarebbero i primi della classe, ma chi potrebbe amare una società in cui comandassero solo i primi della classe? Chi scrive a scuola non andava male, ma odiava i primi della classe, e un po’ anche se stesso, quando si scopriva troppo simile a loro. In quei momenti sceglieva di giocare a pallone, perché lì spesso le gerarchie si ribaltavano, i primi della classe facevano brutta figura e qualcuno di loro, dopo un breve lampo d’invidia, iniziava a teorizzare che il non saper giocare era una qualità.
I primi della classe o i loro imitatori, coloro che aspiravano a diventare primi, erano autentiche macchine da guerra, programmate da famiglie spietate; perdevano tutta la giornata a studiare, e i pomeriggi li vedevano solo da dietro i vetri. Gli altri, quelli che non volevano morire di studio, i pomeriggi di primavera li arpionavano quasi tutti: vivevano già allora con maggiore saggezza, non avrebbero avuto il rimpianto di aver perso tempo pensando solo a studiare. Oggi alcuni dei primi si sono accorti delle primavere, forse perché le sentono sfuggire via dalle mani, come i granelli di sabbia che vuoi stringere e cadono via uno dopo l’altro. E allora qualcuno di loro vorrebbe recuperare quei giorni perduti, quelle mattine limpide e leggere che chiamavano da tutte le finestre, peggio delle sirene di Ulisse.
Altri invece continuano a non accorgersi delle primavere. Vestono abiti più leggeri, ma pensano sempre ad altro, alle cose di domani, dopodomani, o a quelle di ieri, vivono sequestrati e sono felici di vivere questa vita di merda, tornerebbero sempre a sceglierla. Sono quelli che non si sono mai fermati, che lavorano ventiquattro ore su ventiquattro, gli stacanovisti del mondo, quelli che, mentre tu dormi, rimangono svegli e guadagnano spazio magari ai tuoi danni, quelli che non sono mai afflitti da nostalgie, pigrizie o altri sentimenti improduttivi, quelli che sono diventati i professionisti del mondo, mentre tu sei rimasto un dilettante.
Molti di questi uomini (ma ormai anche qui stanno sopraggiungendo libere e belle, trionfanti e determinate anche le donne) oggi sono arrivati, cumulano poltrone, presenze e sentenze su un mondo che credono di conoscere, mentre ciò di cui hanno esperienza è solo una gara da vincere, una montagna da scalare e da dominare, mai un mare in cui tuffarsi, un prato su cui stendersi per fare l’amore o giocare a pallone, una passeggiata da prolungare fino all’esaurimento, un pazzeggiare in sé e per sé, fine a se stesso, per il gusto di farlo.
Certo, tra di loro c’è anche qualche artista, capace di allargare la visione del mondo, di far vedere che la vita non è un progetto di sviluppo, ma un’anarchia di eventi complessa e spesso indecifrabile; ma anche lui è preso dalla sua carriera, ha l’ossessione di sedurre l’umanità, non è più libero, non è più ricco di quell’inoperosità di cui è fatta la vita migliore. Anche lui è un professionista, saccheggia l’infanzia o i pochi angoli di vita rimasti vivi e non colonizzati per farne un’opera, per essere alla ribalta […]. Sullo sfondo diventano sempre meno visibili quelli che hanno il coraggio della vera inoperosità, quelli che non sono stati colonizzati dall’obbligo produttivo e competitivo, che ancora resistono alla dittatura dei primi della classe, quelli che non erano meno bravi degli altri, ma non hanno voluto sacrificare tutto al primeggiare. Sono tanti, seminascosti, imboscati in tanti mestieri, più o meno riusciti, anch’essi sfioriti come i loro colleghi di successo, ma con la schiena dritta perché sanno di aver mantenuto nella loro vita un territorio libero, di non essersi venduti a nessun Mefistofele.
[…] A ogni primavera il bisogno di fuggire tornerà sempre forte in ogni gioventù, e in ogni scuola ci sarà il ragazzaccio che sghignazzerà pensando che efficiente fa rima con deficiente. Sia lode a lui” (pp. 160-162).