da Le domande di Masao (Roberto Carifi)
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da Le domande di Masao (Roberto Carifi)


 

“Ogni volta che dono qualcosa provo un senso di angoscia, un senso di doloroso pentimento”.

“Impara a donare con la stessa umiltà di un povero quando chiede”.

 

“Maestro, una volta hai detto che non bisogna opporre resistenza. Cosa significa per te mollare la presa?”.

“Nulla, non significa assolutamente nulla”, osservò il Maestro. “Se significasse qualcosa ci sarebbe ancora attaccamento”, aggiunse.

 

Masao provava ogni giorno a praticare il distacco ma qualunque cosa lo tentava. Chiese aiuto al Maestro. “Ogni cosa mi tenta e a niente so resistere nonostante i miei sforzi. Sono vittima dei miei desideri”.

Il Maestro lo schiaffeggiò due volte: “Questo è perché non sai resistere ai tuoi desideri, e questo perché non sai staccarti dai tuoi sensi di colpa”.

 

“Maestro, perché continuo a peccare?”.

“Chi ti ha detto che i tuoi sono peccati?”.

“La mia coscienza”, rispose Masao.

“E la tua coscienza come sa di esserlo?”.

 

Masao si trovava nel giardino del Maestro. Era l’inizio della primavera e il prato era fiorito. Si chinò per cogliere un fiore e il Maestro lo colpì con il kyosaku. Allora Masao lasciò perdere il fiore che lo ringraziò con la sua bellezza.

 

Masao chiese al Maestro: “Cosa significa che non si deve pensare? Vuoi forse che i tuoi discepoli rinuncino a capire?”. Il Maestro non rispose.

Dunque Masao riprese a domandare: “Che cos’è la conoscenza? Non occorre pensare per conoscere?”. Poiché il Maestro taceva Masao si spazientì. “A volte mi convinco che essere tuoi discepoli sia un’impresa impossibile. Il tuo silenzio sembra peggiore della morte”.

Il Maestro sorrise. “Guarda”, ordinò a Masao. “Che cosa?”. “Nulla!”.

“Impara il pentimento”, disse il Maestro a Masao. Allora Masao si ricordò di tutte le azioni di cui avrebbe dovuto pentirsi. Rivide le proprie intemperanze, il dolore e il desiderio che tante volte aveva ferito la sua vita. “Ora so, ricordo una per una le cattive azioni che mi hanno condotto fino a qui. Sono pronto a percorrere la via del pentimento. Da dove inizia?”. “Dall’oblio di tutte le azioni, di quelle buone e di quelle cattive”, rispose il Maestro.

 

“In cosa consiste la perfezione?”

“Ogni cosa è perfetta nel Vuoto che la sostiene”, rispose il Maestro.

 

“Sono venuto per meditare!”. Il Maestro indicò a Masao una panca: “Siediti e aspetta!”, ordinò. Masao attese per tutto il pomeriggio, finché le prime ombre della sera si posarono lugubri sulle pareti della stanza. “E’ già sera, Maestro. C’è ancora tempo per meditare o dovrò tornare domani?”. Il Maestro mostrò a Masao le ombre lugubri sulle pareti: “Le vedi, Masao? La tua vita è come una parete bianca dove si posano ombre all’improvviso. Torna quando sarai una parete dove ombra e luce non si separano mai”.

 

Convinto di avere incontrato la morte Masao si precipitò dal Maestro.

“Ho incontrato la morte”, disse con la voce scossa dalla paura. “La morte mi ha guardato”, aggiunse. Il Maestro voltò le spalle a Masao.

“Perché mi volti le spalle e sottrai il tuo volto alla mia vista?”. Il Maestro non rispose. Allora Masao provò vergogna e comprese che quella che aveva incontrato non era ancora la sua morte.

 

“Ruota lo sguardo, guarda altrove!”. Ogni volta che voleva mettere in pratica questo insegnamento Masao guardava in alto, verso il cielo, finché il suo sguardo si smarriva nell’estremo orizzonte. “Ruota lo sguardo, guarda altrove!” gli ripeteva il Maestro, e Masao seguiva il volo degli uccelli che si trasformavano in minuscole macchie scure.

Guardava in alto alla ricerca del vuoto, credeva che il vuoto fosse quel cielo dove gli uccelli si sottraevano alla vista. “Il cielo vuoto di uccelli non è il vuoto”, gli suggerì un giorno il Maestro. “Una cosa è ruotare lo sguardo, altra cosa è sollevare la testa per aria come fanno i sognatori. Ruota lo sguardo, non sognare!”. Allora Masao volle essere desto, si esercitò a guardare le cose con più lucidità. Ma il Maestro lo rimproverò: “Guardare le cose con più lucidità, in una specie di eterna veglia, è un gesto privo di compassione e perciò allontana dalla conoscenza del vuoto”. Preso dallo sconforto Masao si ritirò a meditare nel bosco e vi rimase finché la compassione non lo rese cieco. “Ora hai capito che cosa significa ruotare lo sguardo e contemplare il vuoto? Ora sai cos’è la  compassione? Vedere la realtà come un albero vede la foresta!”.

 

Interrogato intorno al tathata, alla vera natura delle cose il Maestro mostrò a Masao una statuetta di legno. “Che cos’é?”, domandò a Masao. “E’ un Buddha”, rispose. “E sapresti indicarmi la sua vera

natura?”, riprese il Maestro. “Certo, la sua natura è già evidente nei suoi nomi, il Beato, il risvegliato, il Tathagata, colui che così è venuto e così è andato...”. Il Maestro lo interruppe: “Cosa accadrebbe se ti scagliassi in testa questa statuetta?”. Masao sorrise: “Che domanda! E’ ovvio che mi provocherebbe una grande ferita!”. “E da quando il Beato, il Risvegliato, il Tathagata, sono nomi talmente duri da provocare ferite?”.

 

“Maestro, spesso mi interrogo intorno al senso della vita e soffro perché non trovo una risposta”.

“Quel fiore è appassito, ma lui non sa perché. Impara anche tu a fiorire e ad appassire senza perché”, rispose il Maestro.

 

Masao pregò il Maestro di mostrargli il senso del suo cammino:  “Mi addolora non conoscere la meta”, confessò al Maestro che così rispose: “Non c'è altra meta che non sia il cammino”.

 

“Maestro, quand'è che un uomo impara ad essere saggio?”.

“Quando impara ad essere ciò che è!”.

 

“Maestro dove devo andare? In quale direzione?”.

“Se sei in salita sali, se sei in discesa scendi, ma non distinguerti mai dal tuo sentiero”.