Oggi finiamo di leggere gli ultimi brani dall'operetta di Martin Buber, Il
cammino dell'uomo:
“Il Rabbi di Gher usò parole audaci e piene di vigore per
mettere in guardia contro l'autofustigazione: «Chi parla sempre di un male che
ha commesso e vi pensa sempre, non cessa di pensare a quanto di volgare egli ha
commesso, e in ciò che si pensa si è interamente, si è dentro con tutta l'anima
in ciò che si pensa, e così egli è dentro alla cosa volgare; costui non potrà
certo fare ritorno perché il suo spirito si fa rozzo, il cuore s'indurisce e
facilmente l'afflizione si impadronisce di lui. Cosa vuoi? Per quanto tu rimesti
il fango, fango resta. [...] Perderò ancora tempo a rimuginare queste cose?
[...] Perciò sta scritto: 'Allontanati dal male e fa' il bene' [...]». [...] Chi
si fustiga incessantemente per non aver ancora fatto sufficiente penitenza si
preoccupa essenzialmente della salvezza della propria anima e quindi della
propria sorte personale nell'eternità. [...]
Il fatto di fissare come scopo la salvezza della propria anima è considerato qui
solo come la forma più sublime di egocentrismo. [...]
Rabbi Mendel di Kozk, disse una volta alla comunità riunita: «Cosa chiedo a
ciascuno di voi? Tre cose soltanto: non sbirciare fuori di sé, non sbirciare
dentro agli altri, non pensare a se stessi». Il che significa: primo, che
ciascuno deve custodire e santificare la propria anima nel modo e nel luogo a
lui propri, senza invidiare il modo e il luogo degli altri; secondo, che
ciascuno deve rispettare il mistero dell'anima del suo simile e astenersi dal
penetrarvi con un'indiscrezione impudente e dall'utilizzarlo per i propri fini;
terzo, che ciascuno deve, nella vita con se stesso e nella vita con il mondo,
guardarsi dal prendere se stesso per fine. [...]
La maggior parte di noi giunge solo in rari momenti alla piena coscienza del
fatto che non abbiamo assaporato il compimento dell'esistenza, che la nostra
vita non è partecipe dell'esistenza autentica, compiuta, che è vissuta per così
dire ai margini dell'esistenza autentica. Eppure non cessiamo mai di avvertire
la mancanza, ci sforziamo sempre, in un modo o nell'altro, di trovare da qualche
parte quello che ci manca. Da qualche parte, in una zona qualsiasi del mondo o
dello spirito, ovunque tranne che là dove siamo, là dove siamo stati posti: ma è
proprio là, e da nessun'altra parte, che si trova il tesoro. Nell'ambiente che
avverto come il mio ambiente naturale, nella situazione che mi è toccata in
sorte, in quello che mi capita giorno dopo giorno, in quello che la vita
quotidiana mi richiede: [...] lì si trova il compimento dell'esistenza messo
alla mia portata. [...] È qui, nel luogo preciso in cui ci troviamo, che si
tratta di far risplendere la luce della vita divina nascosta. [...]
Se - trascurando di stabilire un rapporto autentico con gli esseri e le cose
alla cui vita siamo tenuti a partecipare come essi partecipano alla nostra -
pensiamo solo agli scopi che noi ci prefiggiamo, allora anche noi ci lasciamo
sfuggire l'esistenza autentica, compiuta. [...]
Parecchie religioni negano alla nostra esistenza sulla terra la qualità di vita
autentica. Per le une, tutto ciò che appare quaggiù è solo un'illusione che
dovremmo togliere, per le altre si tratta solo di un'anticamera del mondo
autentico, un'anticamera che dovremmo attraversare senza prestarvi troppa
attenzione. [...]
Rabbi Hanoch di Alexander disse: «Anche le genti della terra credono
all'esistenza di due mondi. 'In quel mondo', li si sente ripetere. La differenza
sta in questo: loro pensano che i due mondi siano distinti e separati l'uno
dall'altro, Israele invece professa che i due mondo sono in verità uno solo e
devono diventare uno solo in tutta la realtà».
Nella loro intima verità i due mondi sono uno solo: si sono semplicemente
separati, per così dire. Ma devono ridiventare l'unità che sono nella loro
verità intima [...].
Un giorno in cui riceveva degli ospiti eruditi, Rabbi Mendel di Kozk li stupì
chiedendo loro a bruciapelo: «Dove abita Dio?». Quelli risero di lui: «Ma che vi
prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?». Ma il Rabbi diede lui
stesso la risposta alla domanda: «Dio abita dove lo si lascia entrare». [...] Ma lo si può
lasciar entrare solo là dove ci si trova, e dove ci si trova realmente, dove si
vive, e dove si vive una vita autentica" (pp. 52-64).