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"Se la tua mente è pura tutte le terre del buddha sono pure. I sutra dicono: «Se la loro mente è impura, gli esseri sono impuri. Se la loro mente è pura, gli esseri sono puri». E: «Per raggiungere una terra di buddha purifica la mente. Via via che la tua mente diventa pura, le terre di buddha diventano pure»". Potremmo ricordare quel passo evangelico: "Tutto è puro per i
puri". Un'idea quindi di devozione non esposta, non manifesta, ma
tutta interiore, completamente intima. Devozione come ritorno a sé, venerazione
di sé e svuotamento. La venerazione di sé è contemporaneamente umiliazione delle
illusioni: quando riconosci il sé, il resto cade. L'umiltà non dice mai nulla,
non si dichiara. Si nasconde, si fa silente. La devozione di sé è un lavoro in
segreto, immanifesto. La buddhità è un occhio pulito, che non guarda più la realtà
attraverso i filtri della brama, della rabbia e dell'illusione e fuori dalla
prospettiva egocentrica, sempre di parte, nel senso di parziale, non universale. Non c'è nulla da raggiungere. Semplicemente la mente va
riconosciuta, è la porta. Non v'è da andare da nessuna parte. Non deve nascere
alcuna preoccupazione per arrivare a un qualsiasi stato particolare. Nulla di
speciale: la mente. È tutto lì: paradiso e inferno, una riva del fiume e
l'altra, nirvana e samsara. Mente naturale e mondo sono all'unisono. Il loro rapporto è di pura trasparenza l'uno all'altra. Nel momento nel quale la luce della mente si riverbera nel mondo, i veleni scompaiono. Non c'è più dentro e fuori, la realizzazione è ovunque e sempre. "Ma la vera porta è nascosta e non può essere rivelata. Ho soltanto accennato alla contemplazione della mente" (dal Discorso dell'aprirsi un varco). Ma contemplare la mente non è realizzazione. È solo una scala utile, ma da dimenticare appena possibile. Realizzare è la via senza sentieri: nirvana è la fine di qualsiasi cartina geografica interiore. Contemplare la mente è qualcosa, ma tutto è segreto e mistero.
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