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"Fare semplicemente la cosa successiva" (Charlotte Joko Beck)

 


"Fare semplicemente la cosa successiva" (Charlotte Joko Beck)


Continuiamo a leggere da Niente di speciale. Vivere lo zen di Charlotte Joko Beck:

"Questa pratica non va limitata alla seduta, ma portata in ogni situazione. Supponiamo di andare dal dentista per un'otturazione. Noto i miei pensieri: «Non mi piace che mi conficchino un ago nelle gengive». Noto la tensione che fa capolino all'arrivo del dentista. Mentre ci salutiamo, «Buongiorno, come sta?», noto il mio corpo che si irrigidisce. Poi arriva l'ago. Lo sento e sto con l'ago. Il dentista mi soccorre con alcuni consigli: «Respiri. Prenda un lungo respiro...». È come gli esercizi per il parto naturale: se seguiamo il respiro non pensiamo al dolore, siamo semplicemente il dolore.
Facciamo l'esempio del lavoro. Abbiamo un programma ben definito per la giornata, quando arriva il direttore: «Abbiamo una scadenza importante. Lascia stare quello che facevi e occupati di questo. Mi serve entro un'ora». Se siamo praticanti, notiamo immediatamente le nostre reazioni fisiche anche mentre iniziamo il nuovo lavoro. Notiamo il corpo contrarsi e i pensieri risentiti: «Se dovesse farlo lui, non lo pretenderebbe in un'ora». Notiamo i pensieri, li abbandoniamo e affrontiamo il nuovo compito. Ci radichiamo in esso.
Possiamo esaminare in questo modo tutta la nostra vita. «Quali sono le mie reazioni? Che cosa mi succede di fronte a ciò che fa la vita?». La richiesta improvvisa del direttore è semplicemente qualcosa che la vita fa per me. Aver bisogno di un'otturazione è ciò che la vita fa per me. Di fronte a entrambi questi eventi ho sensazioni e pensieri. Se sto con le sensazioni e i pensieri, mi stabilisco nell'essere semplicemente qui, nell'essere semplicemente con le cose che vanno come vanno, nel fare semplicemente la cosa successiva. A mezzogiorno il direttore ritorna e dice: «È pronto?». Non dice: «Come mai non hai ancora finito?», ma capiamo che il messaggio è questo. Sentiamo il corpo che si irrigidisce di nuovo. Notiamo i pensieri di risentimento nei suoi confronti. Pranziamo in fretta invece di concederci il pasto tranquillo che avevamo in programma. Torniamo in ufficio e ci buttiamo di nuovo sul lavoro. [...]
Più pratichiamo, più lo scorrere di un momento dopo l'altro prende il controllo senza riguardo per le nostre simpatie o antipatie. Siamo consapevoli della situazione che scorre dentro di noi e che ci lasciamo alle spalle. Stiamo semplicemente facendo quello che stiamo facendo, siamo consapevoli del fluire dell'esperienza. Niente di speciale. Il flusso prende sempre più il controllo [...].
[...] La pratica non è nient'altro che questo atteggiamento curioso. «Che cosa sta accadendo in questo preciso momento? A cosa sto pensando? Che cosa sto provando? Che cosa mi sta offredo la vita? Come lo userò? [...]». Praticare è indagare in questo modo. Più veniamo a patti con i pensieri e le reazioni, più riusciamo semplicemente a essere con qualunque cosa vada fatta. Essenzialmente la pratica dello Zen è questo: funzionare di attimo in attimo.
Ma c'è una mosca nella minestra. La mosca è che spesso non abbiamo curiosità per la vita e non siamo aperti a essa. Invece di osservare con interesse il direttore irritato, restiamo intrappolati in pensieri e reazioni. Ci facciamo imprigionare in tortuose deviazioni mentali, spirali di pensieri. [...]
La spirale di fronte al direttore impaziente potrebbe essere: «Chi divolo pensa di essere? Finirlo in un'ora? È ridicolo!». Nasce la resistenza. «Gli faccio vedere io!». [...] Invece di applicare la curiosità osservante, ci siamo fatti imprigionare nella spirale delle ossessioni. Non ci limitiamo a osservare i nostri pensieri sul direttore, crediamo che sia giusto rivoltarci per ore e ore nei nostri pensieri di rabbia invece di vederli per quello che sono, di sentire le contrazioni fisiche che ne derivano e, per quanto possibile, di fare qualcosa per risolvere i problemi di lavoro.
Stare seduti è precisamente questo: indagare la nostra vita. Ma se ci perdiamo nella sequela di pensieri egocentrici, abbiamo smesso di indagare. Stiamo pensando a quanto le cose vanno male, oppure stiamo accusando un altro o noi stessi. Ogni persona ha il proprio stile per giustificare la propria esistenza. Ci piace che le nostre spirali aumentino sempre di più. Le amiamo, finché capiamo che ci stanno rovinando la vita" (pp. 140-142).