"La gioia è essere disposti ad accettare" (Charlotte Joko Beck)
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"La gioia è essere disposti ad accettare" (Charlotte Joko Beck)
 

Continuiamo a leggere da Niente di speciale. Vivere lo zen di Charlotte Joko Beck:

"L'osservatore è una funzione della consapevolezza che si produce solo quando un oggetto entra nella nostra esperienza del mondo fenomenico. In assenza di oggetti, ad esempio nel sonno profondo, non c'è osservatore. Infine, quando siamo soltanto consapevolezza e non abbiamo bisogno di osservatore, l'osservatore muore.
Non è possibile trovare l'osservatore, per quanto cerchiamo. Ma, anche se non riusciamo a localizzarlo, l'esperienza ci dice che siamo in grado di osservare. [...]
Studente Anche il piacere ha in sé un elemento di disagio. Ad esempio, è piacevole provare pace e tranquillità, ma c'è la sensazione spiacevole che rumore e fracasso possano ricominciare.
Joko Piacere e dolori sono poli opposti. La gioia è essere disposti ad accettare che le cose siano così come sono. Nella gioia non c'è polarità. Se comincia il rumore, comincia. Se si ferma, si ferma. Entrambi sono gioia. Ma poiché vogliamo aggrapparci al piacere e respingere il dolore, sviluppiamo una strategia di fuga. Quando da bambini ci accade qualcosa di spiacevole, sviluppiamo un sistema, una caratteristica principale per affrontare lo spiacevole, e viviamo in base ad esso invece di vedere la vita così com'è.
[...]
In un certo senso, lo Zen è una pratica religiosa. La parola 'religione' significa riunione di ciò che sembra separato. Lo Zen ci aiuta a farlo. Ma non è una religione nel senso che esiste qualcosa a noi esterno che si prende cura di noi. [...] Poiché la vera pratica e la vera religione serve a riunire ciò che sembra separato, ogni pratica deve trattare con la rabbia. La rabbia è l'emozione che separa, che taglia tutto in due. [...]
Sviluppando più sensibilità per noi stessi e le mutevoli esperienze della vita (pensieri, emozioni, sensazioni), diventa ovvio che lo strato profondo della vita è la rabbia. [...] La rabbia è sempre fondata su un giudizio, nostro o altrui. L'idea che esprimere la rabbia sia un comportamento salutare non è altro che una fantasia. Dobbiamo lasciare che i pensieri giudicanti, i pensieri di rabbia, passino davanti al nostro sé impersonale che agisce come un testimone. Esprimendoli, non ci guadagniamo nulla. È un errore ritenere che la rabbia inespressa ci danneggi, e che quindi dobbiamo esprimerla danneggiando gli altri. [...]
La pratica non sta tanto nel cambiare i nostri atteggiamenti, quanto nell'essere attenti e nello sperimentare ciò che avviene dentro di noi. [...]
La pratica seduta procede sempre, in un certo senso, nelle tenebre. Ma se continuiamo a sederci, a poco a poco, col tempo, le cose diventano più chiare. C'è un continuum, e stare seduti è muoversi in questo continuum. Non si tratta di arrivare da qualche parte, ma di arrivare sempre più a noi stessi. [...] Semplicemente sedendo con continuità nelle nostre confusioni e nei nostri limiti, senza cercare di fare nulla, facciamo qualcosa. [...]" (pp. 28-29, 43-44, 50-51).

Solo poche parole di commento alle prime righe, sull'osservatore e la consapevolezza. Non c'è osservatore senza oggetto osservato; nessun oggetto, nessun osservatore. L'osservatore non si identifica con la consapevolezza. L'osservatore è selettivo, la consapevolezza è apertura totale; nell'osservatore c'è anche una certa attività, nella consapevolezza si potrebbe invece parlare, in un certo senso, di passività. Ma si inizia con l'osservatore, con un lavoro attraverso di esso. L'osservatore è l'io. L'osservatore, attraverso un lavoro sui suoi oggetti, lavora indirettamente su se stesso, fino ad un ripiegarsi su di sé. L'osservatore cerca se stesso, ma non c'è nessun osservatore. Non c'è io. Si entra nella dimensione della consapevolezza (dall'io al Sé). È tutto presente, non c'è più esercizio, nessuno sforzo: quiete, vuoto e consapevolezza.