“I suoi organi non sopportano più il pensiero” (Charles Baudelaire)
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“I suoi organi non sopportano più il pensiero” (Charles Baudelaire)

Attendere è un verbo che oggi è sinonimo di aspettare. Ma in realtà la sua etimologia e il suo arcaico uso provengono da at-tendere, cioè rivolgersi verso qualcosa.

E quando questo qualcosa non è altro da te, ma è la tua intimità, il tuo ascolto, il sentire profondamente la tua incarnazione, allora questo attendere è abitarsi, cioè stare nel proprio aversi (infatti habere è avere).

Qui il pensiero ha la sua felice sosta. T.S Eliot scrive:


 

Attendi senza pensiero, poiché non sei pronto per il pensiero:

così il buio sarà la luce, e la quiete la danza.


 

Ma questa felicità è così piena, così bastevole di sé che non ha in realtà più alcun proposito di essere sostituita da un pensiero, non è in ricerca di un sostituto di questo buio che nei versi di Eliot è esso stesso partoriente luce.

Allora l'intimità con la propria incarnazione vuole così potentemente la sua perpetuazione, che qualsiasi mentale sarebbe un infangamento di questa attesa in me stesso. Come diceva meravigliosamente Baudelaire a commento di quell'incredibile personaggio del reverendo Charles Robert Maturin, Melmoth: “I suoi organi non sopportano più il pensiero”.

Se gli organi mi dicono della mia parte selvatica (selvatica, ovvero originaria), il pensiero mi dice della mia condizione all'insegna del controllo (perché il pensiero, attraverso il voler capire e risolvere vuole sostanzialmente controllare). E quando questa funzione controllante diviene in me un regime contro la mia sregolatezza, contro la mia intelligenza animale, allora la mia vita si fa piccola. Un'autrice troppo snobbata da certuni scrive:

“Chi bada al cuore è vicino al mondo animale, all'incontrollato, chi bada alla ragione è vicino alle riflessioni più alte. [...] Se fosse questo eccesso di ragione a denutrire la vita?” (Susanna Tamaro).


 

Mentre la vita piena ti dice:


 

Se proprio devo vivere che sia

senza timone e nel delirio (Mario Santiago).


 

In questa beata condizione dell'organicità svuotata di pensiero allora, tutto diventa beato. La beatitudine, come tutto ciò che ha in sé una sublime bellezza, ha questa magica proprietà: rende dello stesso colore ciò che vede. Tutto è puro per i puri, dice il Vangelo. Oppure William B. Yeats:


 

Siamo benedetti da ogni cosa, ed ogni cosa

su cui posiamo l'occhio è benedetta.