"Dinanzi all'impenetrabile semplicità di ciò che è"
(Georges Bataille)
Abbiamo letto un brano tratto dal Metodo di meditazione di Georges
Bataille, contenuto nel volume L'esperienza interiore:
"Alla fine
tutto mi mette in gioco, resto sospeso, denudato, in una solitudine definitiva:
dinanzi all'impenetrabile semplicità di ciò che è; e, aperto il fondo dei
mondi, quel che vedo e so non ha più senso, più limiti, e mi fermerò solo quando
sarò avanzato il più lontano che posso.
Ora posso ridere, bere, abbandonarmi al piacere dei sensi, darmi al delirio
delle parole; posso sudare in un supplizio e posso morire: se non avessi
dissolto completamente il mondo in me, rimarrei sottomesso alla necessità, non
potrei mettere in gioco me stesso più di quanto non possano farlo la gioia, il
supplizio o la morte.
[...] Mi metto in gioco quando, all'estremo del possibile, tendo così fortemente
verso ciò che mi travolgerà che l'idea della morte mi piace - e rido di goderne.
Ma la più piccola attività o il minimo progetto pongono fine al gioco - e in
mancanza di gioco sono ricondotto nella prigione degli oggetti utili e carichi
di senso.
Tuttavia questo è l'istante... quello attuale, né la mia assenza né io, né la
morte né la luce [...].
Nella pienezza del rapimento, quando nulla contava se non l'istante stesso,
sfuggivo alle regole comuni. [...] E come nello slancio, l'estasi - o la libertà
dell'istante - si sottrae all'utilità possibile, così l'essere utile, che
definisce l'umanità, mi appare legato al bisogno dei beni materiali [...]. Il
mio metodo è agli antipodi delle idee elevate, della salvezza, di ogni
misticismo" (L'esperienza interiore, pp. 271-272).
È un testo
che dice tante cose, nella classica densità degli scritti di Bataille.
Davanti alla semplicità di ciò che è nel suo pure essere quello che è, si è
ridotti - si è costretti ad esserlo - al minimale spazio di noi stessi, si è
ricondotti allo scorticamento di qualsiasi elemento aggiunto, qualsiasi popolare
la nostra identità di fantasticherie, sotterfugi, personalità fittizie,
creazioni sociali, ridondanze di convenienze ed egocentrici gongolamenti dell'io.
Si è al di là di ogni rapportarsi consueto con le cose del mondo, di ogni
significato ordinario. Si sente il bisogno di superare tutto ciò, o meglio, di
fermarsi prima - un attimo prima - di tutte queste inutilità, questi pesi,
queste bestemmie dell'uomo e dei rapporti umani. Ogni senso costruisce regole,
stabilisce certezze, produce confini. Fermarsi prima è andare nell'illimitato.
Nell'illimitato c'è illimitata libertà: tutto posso essere, tutto posso non
essere, faccio quello che voglio, supero ciò che volevo. Ogni cosa potrà
succedere , sono spossessato, sono dimenticato: tutto può essere abisso,
splendore, verità, ignominia. Non interessa più, sono completamente andato e il
mondo è deflagrato in me. Restano possibilità infinite. La possibilità suprema,
la libertà ultima è l'uscita dalla sottomissione alla necessità, all'imposizione
del reale che percepisco come il pungolo costante che mi costringe ad essere
così e fare colà.
Quel pungolo che il ritorno all'attività consueta mi rimette contro il mio
fianco. Ritornano il senso, la regola, crolla il gioco e il suo vasto spazio di
svuotamento della necessità. Torna la prigione degli oggetti ordinari, dei
rapporti consueti tra le cose. Torna il mondo dell'utile, del conveniente, della
regola, della falsità con me stesso, di me stesso.
Ma prima, quella verità che era passata, che si era incarnata nell'attimo
presente la verità del denudamento completo, della visione della semplicità
splendente delle cose, quella verità ha detto la sua parola. Era ed è la parola
dell'uscita dall'utilità, la verità della dispersione nel reale. L'utilità vede
nell'oggetto, nella persona, nell'evento, nella situazione, lo strumento per
arrivare ad altro: l'utilità cosalizza l'oggetto, la persona l'evento, la
situazione; l'utilità li vede solo come miei strumenti. Questo e solo questo è
per me il loro senso: la loro strumentalità, il superamento di loro stessi. La
verità dell'istante invece mi aveva fatto stare nel luogo del loro essere. E lì
avevo sentito che è tutto follia.