"Affrontare il sonno è l'arte di base della vita" (Eric Baret)
la meditazione come via
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"Affrontare il sonno è l'arte di base della vita" (Eric Baret)


Questa settimana abbiamo fatto una parentesi rispetto alla lettura del testo di Watts, che riprenderemo la prossima settimana. E abbiamo invece letto un brano di Eric Baret tratto da Yoga tantrico. Un brano sul sonno, un po' volendoci collegare a un momento della lezione scorsa in cui si è parlato dell'annosa questione per molti che, in meditazione, si sentono... addormentarsi.

"Cosa succede nel momento del sonno profondo? Si abbandonano sul letto i vestiti, il proprio cane, il corpo, l'auto, il marito, i figli, la famiglia, il futuro, il passato, tutto quello che si pretende di essere, di avere, tutto quello che è così importante per noi, tutto quel che si è pronti a difendere a costo della vita, dell'onore, del patrimonio... in quel momento, non si ha più bisogno di niente. Cosa si vuole? Non si vuole niente. È questo che si desidera con tutto il cuore, tutte le sere. Si è chiari, si è totalmente senza dinamismo di voler portare qualsiasi cosa con sé. Generalmente, nella vita di tutti i giorni - le ragioni non sono importanti, poiché non ne esistono - si pretende di aver bisogno di questo o di quello. Quando si attribuisce una causa alla gioia, la gioia scompare non appena questa causa non c'è più. Eppure, ogni sera, abbiamo tutti la prova che la cosa più importante per noi è... niente.
Più questo passaggio nel sonno profondo è intimo, più lo è anche l'uscita dal sonno, e più la giornata conserva un'atmosfera derivata dall'intuizione che nulla è importante. [...]
Non ci si addormenta, non si sprofonda nella fatica: si lascia che il corpo si addormenti in sé, nel cuore. Il peso, la densità, il volume, tutte le sensazioni muoiono in voi, non vi addormentate: tutto si addormenta in voi... Il mattino, da questa intimità, tutto si risveglia in voi.
Affrontare il sonno è l'arte di base della vita. Se ci si accosta al sonno con intimità, ci si comporterà nello stesso modo con la morte. Non è la morte del corpo, ma la morte di ogni istante, situazione, pensiero o percezione. [...] È indispensabile addormentarsi nella percezione" (p. 215).

Ecco. La meditazione è uno stato di lucidità: quindi il centro perfetto rispetto agli estremi del torpore e dello sforzo. Ma quanta vicinanza tra la pratica meditativa - che è pratica di abbandono, di crollo, di svuotamento - e la dimensione del sonno! Non è un caso che spesso, soprattutto nella tradizione indiana, siano stati fatti accostamenti tra il momento del dormire e quello realizzativo. Nisargadatta Maharaj dice, in un suo dialogo, che il realizzato è colui che si muove nella vita con la stessa scioltezza con la quale nella notte colui che dorme si assesta meglio il suo cuscino.
La pratica è un progressivo cadere dentro, è un cadere di tutte le nostre strutture e in questo cadere, riposare. Questo coraggioso crollare - coraggioso perché è un andare verso il nostro enigma - è l'entrare nella nostra intimità. Cosa ci separa da questa intimità? Tutto ciò che in noi è la corazza. E se la corazza ha lo scopo di costruire il nostro io psicologico e sociale, dall'altra parte essa ci separa dalla nostra intimità, dal nostro abitarci, dal nostro centro, da quell'aderire al silenzio del nostro fondo. Dimorare in questo silenzio è superare anche l'approccio romantico e psicologistico dell'avere un rapporto con se stessi. Non c'è più un rapporto con se stessi; il rapporto con se stessi è ancora dualistico, c'è invece una rivelazione del vuoto già sempre presente di quel 'sé' di cui andavamo alla ricerca: c'è uno svuotarsi della domanda dal di dentro, non l'ennesima risposta filosofica, mistica, spirituale, ...
E in questo svuotarsi della domanda, in questo superamento del dualismo, in questo silenzio, in questo abitare il nostro fondo, tutto diventa fantasticamente nuovo, tutto rivela la sua ineluttabilità, tutto è verità, tutto è ciò che è e in quell'essere ciò che è, ogni cosa, ogni evento trova il suo posto. Non c'è più nulla da superare, alcuna cosa da rifuggire, nessuna situazione da evitare, tutto è importante: ogni evento, ogni ente. È lo spazio totale e vertiginoso della libertà. A cui non siamo mai abbastanza pronti.