"La situazione non parla che di me" (Eric Baret)
la meditazione come via
tra vipassana e zazen




 

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"La situazione non parla che di me" (Eric Baret)


Continuiamo a leggere da L'unico desiderio. Nella nudità dei tantra di Eric Baret:

"Ogni emozione accolta sensorialmente ci riporta alla bellezza, all'armonia. È per questo che qui non stiamo cercando di sbarazzarci dell'emozione, bensì di divenirne coscienti. Una forma di trasposizione si produce allora: l'emozione pensata diventa sentita. L'emozione sentita è in me: non ho più l'illusione di credere che sia «là». [...]
Ecco quella che in India si chiama la via tantrica: lasciarsi ricondurre all'origine da ogni emozione dl momento in cui è sentita e non pensata. [...]
Non posso sentire e pensare nello stesso tempo.
Se penso, il mio corpo tace.
Fintanto che penso alla situazione, la situazione tace. Allora ascolto la situazione, c'è risonanza, la situazione si svela. La situazione non parla che di me. [...]
Fino a quando il preteso problema è «là», sono confuso. Fino a che il problema è mia moglie, sono confuso. Devo restare? Andarmene? Avvelenarla?... Non posso saperlo. Ci sarà sempre un dubbio. Devo rendermi conto che non è con lei che non sto comunicando, ma con me stesso; non è lei che non amo, ma me stesso! Chiarezza. Risonanza. Da questa risonanza, si produrrà un'azione profonda. [...]
Non c'è niente da accettare. Non si può accettare. È sufficiente sentire. La parola «accettare» è una parola psicologica. Quando ricevete uno schiaffo, non c'è niente da accettare. Sentite il calore, sentite la risonanza, sentite questo movimento integrarsi, essere assorbito da tutto il corpo. Dove vedere un'accettazione? Accettare sottointenderebbe che ci sia qualcosa da fare. No. Niente da fare. Si sente.
Se vedo un cane che si fa investire, ho uno choc, sento. Non mi impongo di accettare [...]. Le gambe molli, la salivazione che diminuisce, la voglia di vomitare... Sento quel che c'è. [...]
Non mi cerco più. [...]
Dal momento in cui voglio trovarmi [...], quando voglio comprendere, quando voglio qualsiasi cosa, lascio questo silenzio e di nuovo mi trovo nel dinamismo del mentale. [...]
Ascolto, taccio, faccio a meno dell'idea che non dovrei essere confuso. Vibro alla mia confusione, sono presente. [...] Sono libero da ogni dinamismo di voler cambiare qualcosa...
È la sola porta. Non può esservene un'altra. Non è mai «davanti», non è mai «fare», è sempre «ritornare qui», presente, tranquillo. Sento la risonanza. [...]
Se nuovamente [...] la non chiarezza ritorna, la confusione ritorna, la rispetto profondamente. Esattamente come quando amo un figlio. Rispetto il fatto che sia in collera, triste, malato; amo il figlio semplicemente: quello che è, quello che sente, è unicamente nell'istante. Non gli chiedo niente. [...]
Qualcuno di veramente confuso non sa di esserlo. Si crede chiaro. Tutti i «liberati» che si trovano sul mercato della spiritualità e che si credono chiari, ecco la confusione. Quando sento la confusione, è perché vivo la chiarezza. È perché sono chiaro che percepisco in me la confusione, è perché sono disteso che percepisco in me la tensione. [...] Quando si comincia ad essere distesi, ci si rende conto di essere tesi.
Mi rendo conto della confusione. È la chiarezza che si sta aprendo in me. Resto lì. Quello che deve accadere accade, non c'è nulla da fare per questo. Nel momento in cui voglio rischiararmi, sono nella confusione. Posso unicamente rimandare la confusione, camuffarla credendomi saggio, libero o altro. [...] Se è la tristezza, la tristezza è l'essenziale. Se è l'agitazione, l'agitazione è essenziale. Quel che sento nell'istante è ciò che è ultimo: non c'è altro; tutto il resto, sono delle storie" (pp. 213-215, 230, 234-235).