"Non c'è passione se non per ciò che è qui" (Eric Baret)
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"Non c'è passione se non per ciò che è qui" (Eric Baret)


Riprendiamo oggi a leggere da un testo da cui già abbiamo preso alcuni brani in futuro: L'unico desiderio. Nella nudità dei tantra di Eric Baret:

"Più siete disponibili all'esperienza sensoriale, meno traumatismi psicologici avrete. [...] C'è percezione, ma nessuno che percepisce. [...] Prima o poi, la bellezza è così forte che non c'è più posto per qualcuno che sentirebbe la bellezza. Quando vedete un dipinto eccezionale, voi dimenticate di esserci. [...]
Ciò che è profondo, è il sentire. Il sentito è non duale. Il pensiero è sempre duale. È per questo che l'approccio attraverso il pensiero è sempre limitato. Il pensiero è agitazione. Ha il suo valore funzionale. Ma il pensiero che riflette è una forma di agitazione. [...]
In un momento di tranquillità, davanti ad un paesaggio che ci tocca, quando si sente veramente questa tranquillità, questa disponibilità, non c'è movimento mentale. Poi il pensiero ritorna, per diverse ragioni, e c'è una forma di agitazione. Ci si sente allora separati dal resto. Quando ce ne rendiamo conto, di nuovo, rientriamo in questa risonanza non pensata. [...] Il sentire è la porta diretta sulla tranquillità. [...]
Fino a quando c'è un'aspettativa, c'è una paura. Fintanto che c'è una paura, non si può funzionare. La volontà di vincere, è la paura di perdere. Non si può avere l'una senza l'altra.

Eric, può parlarci della passione?

Non c'è passione se non per ciò che è qui. Non si può essere appassionati di una cosa piuttosto che di un'altra. Si è appassionati di ciò che si presenta. La vita è appassionante, tranne quando si ha una storia, perché allora tutto ciò che è interessante è laggiù, domani. [...]
Il dolore che sento adesso, è questo, la mia passione. La notizia che apprendo adesso, che risuona in me, è questa, la mia passione, nient'altro. [...] Ma fintanto che si ha un progetto, non si può essere appassionati, si vive in una storia.
Nelle pretese vie spirituali, c'è una specie di fantasia di perfezionamento, la fantasia di depurarsi, di comprendere, di migliorarsi, di cambiare, una specie di moralizzazione patologica che proviene da menti squilibrate. Non c'è niente da raggiungere nella vita, niente da diventare, niente da cambiare. Le difficoltà che si hanno, le patologie, le incertezze, le difficoltà che si incontrano, questo è essenziale.
È questa, la bellezza - ciò che è profondo -, e non il liberarsi di queste cose per arrivare a qualcosa.
[...] Fino a che credo che la bellezza sia per domani - se diventerò così, se capirò quello, se diventerò libero... -, mi allontano dalla mia risonanza di adesso. [...]

Cosa intendete con la parola «risonanza»?

Non si conoscono le situazioni, non si conosce che la risonanza, l'eco che la situazione provoca in noi. Accendete la televisione, vedete un cataclisma; spegnete la televisione, sentite il cataclisma. È questo che chiamo risonanza. Non potete mai sapere niente del cataclisma, non potete sapere altro che la vostra risonanza" (pp. 202-206, 208-209).