All'inizio della lezione abbiamo letto un
brano tratto dal Chuang-Tze:
"Supponiamo che una barca attraversi un
fiume e un'altra, vuota, stia per scontrarsi con essa. Non perderebbe la calma
neppure una persona irritabile. Ma supponiamo ci sia qualcuno nell'altra barca.
Allora l'uomo della prima barca gli urlerebbe di tenersi a distanza. E se non
sentisse la prima volta, né la seconda, né la terza, si passerebbe per forza
alle male parole. Nel primo caso la barca era vuota, nel secondo era occupata. E
così avviene con l'uomo. Se egli potesse passar vuoto attraverso la vita, chi
potrebbe mai fargli del male?".
Si parla qui dell'abbandono della
prospettiva egocentrica, dell'annullamento dell'io, inteso come sede dei
desideri e delle volontà egoiche. È l'evangelico tornare ad essere come i
bambini, il perdere la propria vita per ritrovarla. È il fare vuoto delle
proprie aspettative, troppo personalistiche, troppo ristrette. Chi è vuoto è
invincibile, perché a nulla il vuoto si oppone e chi si scontra con il vuoto non
trova appigli, appoggi. Non c'è nulla: contro chi si può allora combattere?
Quando meditiamo realizziamo questo stato di vuoto. Vuoti dei nostri giudizi,
dei nostri pensieri, delle nostre opinioni, delle nostre reazioni, delle nostre
obiezioni, delle nostre preferenze, delle nostre attività, del nostro nostro
stato. È una ricerca al di là di tutto ciò che è aggiunto, sovrapposto; al di là
di ogni stratificazione, di tutto ciò che è effetto della nostra formazione,
della nostra educazione, del nostro status sociale. Al di là dello psicologico,
verso il vero sé.
Abbiamo iniziato con l'anapanasati (consapevolezza del
respiro).
Poi un giro di camminata in consapevolezza, suddivisa in cinque movimenti.
Successivamente un altro mezzo giro di camminata, questa volta in sette
movimenti: il tallone del piede avanti che poggia, il tallone dietro che si
alza, il metatarso del piede avanti che poggia, le dita del piede avanti che
toccano terra, il metatarso del piede dietro che si alza, le dita del piede
dietro che si staccano da terra, il piede dietro cha avanza.
Poi l'esercizio della consapevolezza della posizione in piedi.
Infine l'esercizio, seduti, dello stare in atteggiamento di consapevolezza
recettiva: cogliamo qualsiasi segnale proveniente dal nostro apparato
psico-fisico. Che sia un prurito, un ricordo, una sensazione del ginocchio che
poggia a terra, un'immaginazione, un giudizio, un'emozione, una contrazione
muscolare, ...: attraverso una consapevolezza recettiva, non coinvolta e
distesa, ne prendo atto; non immedesimandomi con l'oggetto dell'osservazione
stessa, lo focalizzo e - scomparso - torno al mio stato di apertura recettiva. E
così di seguito.
Alla fine della lezione abbiamo letto una storia zen,
"All'ultimo momento" (clicca qui).