El-Shah Bahauddin Naqshbandi e l'uccello nella
stanza
Abbiamo iniziato narrando una storia sufi.
Capitò un giorno che un ricercatore andò
a visitare il maestro El-Shah Bahauddin Naqshabandi.
Ricevuto nella sala delle riunioni, l'uomo chiese a Bahauddin un aiuto per
alcuni suoi problemi spirituali e indicazioni per seguire rettamente la via del
vero Insegnamento.
Di tutta risposta Bahauddin gli ordinò di abbandonare subito i suoi studi, le
sue ricerche e di andarsene via dalla sua presenza.
Un ospite che assistette alla scena, non comprese il senso delle forti parole
del Maestro e chiese dunque spiegazione. Il grande sufi rispose: "Attendi e
vedrai".
E infatti, dopo poco, entrò dalla finestra aperta della sala, un uccello, il
quale cominciò a volare all'impazzata, cercando di fuggire, ma sbattendo a ogni
angolo, in un moto vorticoso, velocissimo, scomposto e e pressoché casuale.
Bahauddin rimase impassibile e attese. A un certo punto, l'uccello si fermò e si
accovacciò vicino alla finestra aperta della sala. Bahauddin
batté le mani e l'uccello, all'istante, spiccò dritto il volo verso la libertà.
Cosa significa questa storia? Si possono
dare diverse interpretazioni.
Azzardiamo alcune analogie tra il ricercatore che incontra Bahauddin e
l'uccello. L'uccello entra nella stanza, sbagliando: il suo luogo naturale è il
cielo e non un angustio spazio chiuso. Così anche il ricercatore fallisce per il
suo tentativo di elemosinare insegnamenti, visitando questo o quel maestro,
accattonando informazioni: uscendo cioè dal suo centro. Inoltre l'uccello, una
volta entrato nella stanza, comincia a volare all'impazzata, così come il
ricercatore è invischiato in questo giochino senza fine, al rimpallo tra un
insegnamento e l'altro, tra lo studio di un testo spirituale e un altro.
L'uccello a un certo punto capisce la vanità del suo casuale sbattere le ali e
si ferma: la stessa cosa induce a fare Bahauddin al ricercatore. Ecco la
situazione propria dell'uccello che prima volava, preoccupato, alla ricerca: è
fermo, è in sé, guarda caso si è fermato proprio davanti alla finestra. Anche il
ricercatore, abbandonato il suo vano dibattersi, si riassesta, si acquieta, si
ferma e riprende le redini nel suo centro. Da lì, la libertà è un attimo, un
battito di mani e non la conclusione di un complicato processo.
Abbiamo iniziato con la consapevolezza
del respiro.
Poi la camminata.
Successivamente l'esercizio della consapevolezza in piedi, fermi.
La consapevolezza a 360 gradi, da seduti.
Infine, sempre seduti, spostiamo la nostra consapevolezza sui palmi delle mani,
che poggiano sulle gambe (cosce o ginocchia), penetrando nelle più sottili
sensazioni: calore, battito delle vene, pressione delle dita, ecc.
A conclusione della lezione, abbiamo
commentato la settima icona della ricerca del toro (clicca qui).