All'inizio della lezione abbiamo letto una pagina da un
testo di de Mello:
"Qual è la cosa più importante in assoluto? Si chiama
autosservazione. [...]
Non significa essere assorti nei propri problemi, essere preoccupati di sé. Non
è di questo che sto parlando: parlo dell'autosservazione. E cosa sarebbe?
Significa osservare tutto ciò che è all'interno di noi stessi e intorno a noi,
fino al punto più estremo, e osservarlo come se accadesse a qualcun altro.
Cosa significa quest'ultima frase? Significa che non si personalizza quel che ci
accade. Significa guardare alle cose come se non si avesse alcun legame con
esse.
Il motivo per cui soffrite a causa della vostra depressione e delle vostre ansie
è che vi identificate con esse. Dite: «Sono depresso». Ma ciò è falso. Voi non
siete depressi.
Se voleste essere precisi, potreste dire: «In questo momento sto attraversando
una fase di depressione». Non è invece corretto dire: «Sono depresso». Voi non
siete la vostra depressione.
Non si tratta che di una sorta di inganno della mente, uno strano tipo di
illusione. Siete stati indotti a pensare - pur non essendone consci - che siete
voi la vostra depressione, che siete voi le vostre ansie, che
siete voi la vostra gioia e le emozioni che provate.
«Sono contento!». Di certo non siete contenti. Può darsi che la contentezza sia
dentro di voi in questo momento, ma aspettate un po', e le cose cambieranno; non
durerà: non dura mai; le cose cambiano di continuo, cambiano sempre. Le nubi
vanno e vengono: alcune sono nere e altre bianche, alcune grandi, altre piccole.
Se vogliamo seguire l'analogia, voi sareste il cielo, intento a osservare le
nubi. Sareste osservatori passivi, distaccati. So che questo atteggiamento può
essere per voi assurdo, soprattutto nella cultura occidentale. Non interferite.
Non dovete farlo. Non «fissate» nulla. Guardate! Osservate!
Il problema della gente è che si affanna a fissare cose che non riesce nemmeno a
capire. Siamo sempre lì a fissare delle cose, non è vero? Non ci viene mai in
mente che le cose non hanno bisogno di essere fissate, assolutamente. Questa è
una grande illuminazione. Le cose devono essere capite: se le si capissero,
cambierebbero".
Ecco, vedete quanto di tipico della
nostra pratica meditativa passi in queste parole: il non volere forzare nulla,
il non "fissare" nulla, realizzare pienamente l'impermanenza delle
cose, degli stati interiori, non identificarsi con essi, accedere ad un altro
piano, silenzioso, fermo, quieto, al di là degli opposti, delle alternanze. E
quindi solo osservare: consapevolezza. E tramite la consapevolezza, il
cambiamento: un cambiamento non coatto, costretto, violentemente voluto,
passeggero, ma naturale, libero da tensioni e profondo.
Poi abbiamo iniziato la pratica, con la consapevolezza del respiro.
Poi la camminata.
Poi l'esercizio della consapevolezza dedicata ai suoni, all'udito. Ricordiamo
che è importante, in questo esercizio, mantenere uno stato costante di apertura
a 360 gradi rispetto al mondo sonoro esterno. Un'apertura - anche questo è
essenziale - di pura osservazione non giudicante. Finché, in questo esercizio,
sono trasportato dai miei giudizi (mi piace questo suono, mi disturba quest'altro,
...), ne sono schiavo, succube. Tutto invece va accettato in modo equanime.
Equanimità. Equanimità. Equanimità. Attraverso essa passa l'accettazione, la
libertà dagli stretti schemi mentali, dagli egoici giudizi oppressivi. Un'ottima
occasione per verificare quanto la nostra osservazione sia disinteressata ci è
data quando sentiamo voci da fuori, persone che parlano: le loro frasi
dovrebbero arrivare a noi come puri suoni, come qualsiasi altro suono, come il
ticchettio dell'orologio appeso al muro. Non è facile, vero? Una voce, una auto
che passa, il ticchettio dell'orologio, un ginocchio che si sposta: essere
consapevoli dei suoni del mondo, questa sinfonia infinita. Prima si passa da un
suono all'altro; poi: la consapevolezza della molteplicità di suoni
contemporaneamente; in ultimo, l'accesso a quel sibilo sotterraneo che li
precede, li sostiene, quel sibilo che sentono solo orecchie perfettamente
attenti, nel momento nel quale entrano in risonanza con i suoni che
percepiscono.
Dopo siamo passati all'esercizio della consapevolezza sulle parti del corpo che
poggiano a terra o su altri parti: le palpebre (qualora gli occhi fossero
chiusi), le labbra, i denti (qualora fossero serrati), le mani, il sedere, le
ginocchia, i piedi, le parti esterne dei polpacci.
In ultimo l'esercizio della consapevolezza del corpo da sdraiati.
Alla fine della lezione abbiamo letto e
commentato un passo di Hui Hai (clicca
qui).