Leggiamo un koan tratto dalla raccolta cinese Congronglu:
"Linji si rivolse alla congregazione dei
monaci, e disse:
«Esiste un uomo autentico privo di rango, che entra ed esce sempre dalle porte
del vostro viso. Principianti che ancora non ne avete avuto prove: guardatelo,
guardatelo!»
Allora un monaco chiese:
«Cosa significa "uomo autentico privo di rango"?»
Linji scese dalla sedia della meditazione, e afferrò il monaco. Questi tentò di
ritirarsi. Linji, tenendolo stretto, gli disse:
«L'uomo autentico privo di rango: che gran pezzo di merda!»".
Linji (IX secolo) usava metodi molto
duri: non disdegnava l'urlo, l'uso del bastone e un utilizzo delle parole
volutamente provocatorio! Egli voleva produrre uno scossone, una crisi nei
parametri mentali del suo ascoltatore: è così che concepiva la possibilità della
realizzazione.
Ora qui parla dell'uomo privo di rango, che è l'uomo autentico. C'è
un'autenticità priva di rango in noi, prima di noi, al di là di noi, sempre
presente e quasi sempre occulta al nostro fare quotidiano. Parlarne è
impossibile: cosa si può dire? Il linguaggio non ha presa: è priva di rango,
quindi al di là delle categorie sociali, psicologiche, ideologiche, ... Eppure
c'è: cos'è? dov'è? "Guardatelo!".
Quale altra possibile risposta se non: "Guardatelo"? Il monaco fallisce ponendo
una domanda sul significato: si muove ancora all'interno dell'orizzonte del
mentale, della disquisizione, delle teorizzazioni. Fa filosofia. È chiaro che il
suo domandare, già solo per il fatto stesso di porre quesiti - al di là del loro
tema, evidenzia uno stato interiore che non risponde appropriatamente all'invito
di Linji: "Guardatelo!".
Per questo Linji lo prende, lo scuote. Ma ancora il monaco fallisce, ancora si
pone sul terreno del confronto. Vedete? Linji lo strattona e lui cerca
goffamente di indietreggiare: continua a non capire nulla, a non cogliere la
questione, è ancora troppo appeso alla sua persona, alle sue perplessità. Ci
prendono per il bavero della giacca e subito reagiamo: scattano le barriere
difensive. Ma in questo caso tutto deve cadere. Il monaco ha una mente
ordinaria, fallace, è un piccolo uomo che fa collezione di definizioni. Oggi
potremmo dire: si fa il trip dello zen. Per questo Linji gli urla: "L'uomo
autentico privo di rango"! Svegliati! Per questo è un pezzo di merda: la
questione era nel guardare e lui invece chiede precisazioni!
E ancora: intendiamoci sul "guardare". Io guardo te: no, non è questa la
questione. Se fosse così, avrebbe ragione il monaco a porre la sua domanda. C'è
un oggetto del mio guardare? Bene: allora descrivimelo, ché io possa
riconoscerlo. Ma non si tratta di questo. "Guardatelo!" è sia un'ingiunzione che
una domanda. Un'ingiunzione e basta è semplicemente un comandamento, un ordine;
una domanda è semplicemente in attesa di una risposta, per trasformarsi in nuova
domanda. Ma qualcosa che è ingiunzione e domanda insieme, è veramente esplosivo,
è estremamente potente: è una dinamite che ti porti dentro. "Guardatelo!" è
un'ingiunzione che non ti indica cosa devi fare; è una domanda che non ricerca
alcuna risposta. Altrimenti sarebbe un dualismo.
Cosa si fa nello zazen se non realizzare questo "guardatelo!"? Cosa guardi? Non
lo sai. Non c'è nulla da guardare e non c'è più colui che guarda. È una domanda;
lo capisci che lo è: ma non ricevi nessuna risposta. E questo non ricevere è
grandioso, splendido, perché la domanda sbiadisce nel suo acquietamento. È forse
l'unico caso in cui una domanda, non ricevendo risposta, si acquieta. È una
domanda che si auto-nega: è come se dicesse "non sono una domanda". Infatti
quale domanda mai non ricerca una risposta? Ma se non c'è domanda e non c'è
risposta, cosa resta?
"Guardatelo!".