"Una presenza che liberi il soggetto da sé" (María Zambrano)
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"Una presenza che liberi il soggetto da sé" (María Zambrano)


Continuiamo a leggere qualche brano tratto da Dell'Aurora di María Zambrano:

"L'Aurora [...] dal primo istante in cui la guardiamo, essa ci guarda a sua volta, chiedendoci, richiedendoci di considerarla come la chiave della physis, e quindi del cosmo e di questo suo abitante; sollecitando chi la guarda e la segue a trovare attraverso di essa un «posto nel cosmo». Esige quindi una certa attitudine dell'uomo rispetto al proprio essere, una conoscenza del proprio luogo che lo accompagni all'incontro con il proprio essere. È una guida, dunque, se per guida intendiamo l'apparizione di qualcosa, un evento, una presenza che liberi il soggetto da sé, dalla situazione in cui è rigidamente intrappolato in una ignoranza divenuta immobilità: e l'immobilità nell'essere umano significa intrascendenza. [...]
L'Aurora dunque è guida anche perché è radice, fiore, albero, anima del sentire originario. Presenza che nasce da una attenzione ineludibile, da uno sguardo sostenuto. Una conoscenza sostenuta unicamente dall'attenzione. L'attenzione è di per sé fonte di conoscenza [...].
L'attenzione dovrebbe dunque essere illimitata ma senza cedimenti alla divagazione, audace, ostinata, senza paura. L'attenzione che giunge a esercitarsi come visione poetica dovrebbe essere analoga al bordo della luce, quel bordo in cui la luce stessa trema anche quando riesce a depositarsi sulla terra, che a sua volta, pur essendo piana, si incava, cercando di farsi nido, coppa; pronta a fondersi, se è montagna, e a fondersi o dissolversi, se è mare" (pp. 30-31).

L'Aurora è quell'incontro con il proprio essere che fa trascendere la sua identità fissa con se stesso: è la sua stessa trascendenza. Conoscere il proprio luogo, incontrare se stessi è uscire dal proprio dimorare, è uscire dalla propria soggettività, dal principio di identità, dalla fissità del sapere di sé, della conoscenza che è sinonimo di limite, prigione. Superare sé, trascendersi non come accrescimento della propria performance, non come superamento dei propri records personali, non finalizzato alla costruzione del proprio supereroe psicologico, ma come perdita del definirsi, dell'indicarsi etichettante, del guardarsi autobiografico. Liberazione di sé intesa come liberazione da sé e non come iperespansione del sé medesimo. Una liberazione che quindi ha come suo sostenersi una dimensione di dinamicità costante, onnipervadente, un vagare cioè nello spazio vuoto della tua propria stanza interiore. Appena ti fermi, invece, ti fissi troppo sull'arredamento e perdi il senso delle cose.
L'Aurora è allora la coincidenza di colui che sente, del sentire e del sentito. È quella identità tra il soggetto vedente, l'oggetto visto e il vedere stesso che è l'esito e la natura più vera di un'attenzione divenuta presenza mentale al mondo, una presenza non più concentrata ma liberata della zavorra del cercare, un'attenzione che non ha più un oggetto particolare come sua finalità e che allora diventa svuotata conoscenza di tutto ciò che è, esperito nella sua radice. Non c'è mai stato nessun soggetto osservante, mai nessun oggetto visto. C'è solo l'atto del vedere. Del sentire. C'è solo questo fare esperienza in cui non si dà nessuna frattura tra me e il mondo.
È un'attenzione svagante che ha del poetico, perché non è più descrizione del mondo, ma sua fruizione. È appunto l'originaria esperienza del reale, luce su luce, mare di dissolvimento della dualità.