Farid al-Din Attar sul silenzio
la meditazione come via
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Farid al-Din Attar sul silenzio

All'inizio della lezione abbiamo letto un brano tratto da Il poema celeste di Farīd al-Dīn 'Attār, grande poeta e mistico sufi del XIII secolo:

"Così parlò lo shaykh di Mahna: «Mi recai dal vecchio che illumina il mondo. Lo trovai, estremamente silenzioso, immerso in un mare senza fine. Gli dissi: 'Pronuncia una parola, vecchio, affinché il mio cuore sia rinforzato dai tuoi consigli'. Per un attimo sollevò la testa dalla concentrazione, e poi disse: 'O cercatore di parole, a parte Dio, conosci qualcos'altro? Che cosa vuoi che cerchi? Però non voglio annoiarti - disse - che cosa potrei dire? Ma ciò che è certamente vero non può essere detto. È dovuto a questo il mio silenzio'».
Se non si può dire, perché tante parole? Se non si può trovare, perché tanto clamore? Non è compito della lingua parlare di Lui, ma non si può tacere neanche un attimo. [...] C'è una relazione tra l'amante e l'Amato, che non siamo degni di descrivere. Solo perdendo la capacità della parola sarebbe lecito descrivere quello stato".

Anche quello stato che si vive nella meditazione è una sorta di 'ambiente', nel quale ti vieni a trovare. Così come è per il mistico, Dio: non qualcosa da oggettivarsi, non qualcosa da porsi davanti, ma una realtà nella quale egli si muove: "a parte Dio, conosci qualcos'altro?". Per questo non è da cercare, così come lo stato di meditazione. Se non si può cercare, non si può neppure trovare. Eppure è qualcosa, ma non è niente. Per questo possiamo azzardarci di parlarne, ma solo sapendo che la parola non ha alcuna presa davanti a 'esso'.

Abbiamo iniziato la pratica con l'esercizio del respiro.
Poi la camminata.
L'esercizio della consapevolezza fermi in piedi.
Infine zazen.

Alla conclusione della lezione abbiamo letto e commentato una frase del maestro cinese Chen-Huei (clicca qui).